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martedì 22 luglio 2025

Elogio della pacciamatura


Con pacciamatura si intende la tecnica agricola che consiste nell'utilizzare uno strato di materiale vegetale (tipicamente erba secca o paglia) per coprire un terreno in spazi appositamente scelti, quali orti, frutteti o attorno a singole piante.
Il processo consente di evitare l'erosione del suolo, aumentare la fertilizzazione del terreno sottostante il materiale pacciamante e di limitare l'uso di acqua per irrigare.
 

Perché pacciamare

Il suolo in natura non è mai sgombro da elementi vegetali. 
Prati, alberi e boschi occupano il terreno (sfruttando la luce per crescere) senza lasciare spazi liberi, salvo in presenza di terreni poco fertili o frane. Questo permette di evitare smottamenti, migliora la qualità del suolo ed è la base per la creazione degli ecosistemi in cui viviamo.
È così che lavorare il terreno arandolo o rendendolo spoglio, come succede negli orti classici (ma anche nei comuni campi coltivati in maniera intensiva), intacca le proprietà del suolo, rendendolo più esposto ai fenomeni atmosferici e all'aridità.
 

L'utilizzo in orti e frutteti 


Ottima soluzione è quindi evitare di lasciare la terra nuda, coprendola con dell'apposito materiale vegetale. 
Negli orti questa tecnica permetterà la copertura del terreno e la decomposizione del materiale organico aggiunto stimolerà la presenza di lombrichi.
La parte di terra "nascosta" sarà inoltre più umida e sarà di conseguenza minore la quantità di acqua necessaria per irrigare.
La tecnica della pacciamatura può anche consentire di creare un orto in un campo incolto (o tipicamente in un prato) evitando operazioni invasive nel terreno in grado di intaccare la qualità del suolo. 
Nel blog ne ho parlato appositamente qui https://burgibill.blogspot.com/2023/?m=0

Anche attorno alle piante da frutto la pacciamatura permette di limitare la crescita delle infestanti (e quindi lo sfalcio dell'erba) e di migliorare il terreno per il rsdicamento.


I materiali da utilizzare 

La pacciamatura può essere effettuata con materiali agricoli di riciclo quali sfalci di erba, rovi, paglia e addirittura carta e cartone (senza residui chimici al loro interno) . 
Non vi sono controindicazioni nel suo utilizzo, se non il pensiero di avere un paesaggio meno ordinato e preciso rispetto al comune.


Una tecnica di contrasto ai cambiamenti climatici

I cambiamenti climatici bussano alla nostra porta. Sempre di più le estati sono calde e secche, con piogge assenti o violente per pochi istanti. 
Minimizzare l'uso dell'irrigazione è un obiettivo che a lungo termine può fare risparmiare soldi e risorse preziose.
La pacciamatura va in questa direzione e a tutti gli effetti può essere considerato un metodo di contrasto al cambiamento climatico. 

domenica 23 giugno 2024

Le grandi muraglie verdi (II parte): in Cina


La Great Green Wall è la muraglia verde che la Cina sta ricostruendo con l'obiettivo di fermare l'avanzata del deserto e preservare le terre dalle tempeste di sabbia.
Il deserto occupa una grossa parte della Cina occidentale ed è in continua espansione.


Il deserto del Gobi


Il deserto in questione è il deserto del Gobi che si estende fino alla Mongolia ed è considerato uno luoghi più aridi della Terra. 
La desertificazione è un fenomeno che si è presentato per secoli a causa del disboscamento e di un’agricoltura irresponsabile. 

Più volte nel corso della storia questi luoghi sono stati abbandonati a causa del deserto e più volte dopo l’abbandono da parte dell’uomo la vegetazione è ritornata. 
Tuttavia con l’enorme crescita della popolazione nell’ultimo secolo, il problema si è ripresentato con un’intensità spaventosa.
Le persone che abitavano nelle zone limitrofe hanno visto le colline circostanti, un tempo ricoperte da foresta, trasformarsi in dune di sabbia. 
Milioni di persone si stanno spostando verso est dove ci sono le grandi città. 
I pascoli, che rappresentano la principale fonte di sostentamento di queste zone, sono spesso in balia delle tempeste di sabbia, che sono in grado di stendere uno strato di parecchi centimetri di sabbia e decimare la vegetazione. Le tempeste di sabbia possono assumere dimensioni impressionanti e viaggiare per migliaia di chilometri come quelle che gli ultimi anni hanno raggiunto anche la capitale, Pechino dando vita a scenari apocalittici.



Il piano di riforestazione: una muraglia di alberi per contenere il deserto


Il piano prevede una sorta di muro di alberi, con una larghezza di almeno 50 metri e una larghezza di circa 4500 chilometri. L’obiettivo è quello di aumentare la copertura delle foreste nelle regioni interessate dal 5% al 15%.

Il rimboschimento viene applicato in più modi. Nella prima fase vengono seminate strisce d’erba e arbusti tipici delle zone desertiche e nella seconda linea vengono impiantate specie di alberi particolarmente resistenti alla siccità e all’aridità, come ad esempio il pioppo nero. Vengono assunte delle vere e proprie squadre di “riforestatori" che si occupano di mettere a dimora delle enormi distese di piantine. In alcuni casi dove il suolo non è troppo arido le sementi vengono gettate anche per via aerea.

Il piano non è ancora finito perchè andrà avanti almeno fino al 2050, ma si sono visti molti risultati. 
La copertura delle foreste nelle regioni del Nord è passata dal 5% al 13,5%. Un dato incredibile se si pensa che l’area interessata è grande quanto l’intera Europa Occidentale.

Negli ultimi decenni sono stati piantati 13 milioni di ettari di alberi come muro di riparo dal vento, un’area grande quanto la Grecia, ed è stata così recuperata una porzione di deserto grande quanto l’Italia.
Dopo anni di perdita del suolo sembra che la desertificazione si stia fermando e la foresta cresce molto più rapidamente del deserto.

Nelle zone dove sono stati piantati i primi alberi la foresta è diventata ormai matura e le precipitazioni sono aumentate. 
Grazie alle piante il suolo è in grado di trattenere l’acqua piovana e i corsi d’acqua hanno aumentato il loro flusso. Grazie alla vegetazione infatti la pioggia viene assorbita dalle piante o resta nel suolo mentre nei deserti anche se piove l’acqua è esposta al sole ed evapora subito.
In luoghi dove prima il suolo era arido ora ci sono anche dei parchi naturali, come ad esempio il Parco Forestale Nazionale di Saihanba, oggi tra le principali attrazioni del Nord della Cina.


Le critiche al progetto

La critica principale riguarda la scelta di usare la monocoltura, ovvero una sola specie di piante, cosa che rende queste foreste particolarmente fragili in caso di epidemia. Altre problematiche legate alla monocoltura sono anche il consumo del suolo e la difficoltà per gli animali ad insediarsi in un ambiente così omogeneo.

Altre organizzazioni hanno lamentato come in alcuni casi gli alberi impiantati siano stati lasciati a se stessi, come se, fatta la prima mossa, la natura fosse in grado di risistemare tutto. Nel 2008 ad esempio il 1/5 degli alberi impiantati non è sopravvissuto e in inverno le forti tempeste hanno distrutto il 10% del lavoro di quell’anno, tanto che la Banca Mondiale ha intimato il governo cinese a puntare più sulla qualità che sulla quantità.


Fonti:

https://ecobnb.it/blog/2019/07/cina-alberi-fermare-deserto/

giovedì 29 febbraio 2024

Le grandi muraglie verdi (I parte): in Africa


La Grande Muraglia Verde è una barriera di alberi lunga quasi ottomila chilometri e larga quindici che attraversa in largo il continente africano, dal Senegal fino all’Oceano Indiano. 
Si tratta di un progetto che attualmente vede coinvolti ben undici Paesi africani e che potrebbe riconvertire circa cento milioni di arido deserto in terreni coltivabili.


Prospettive non solo ambientali ma anche economiche

Nel corso dell’One Planet Summit per la biodiversità, che si è tenuto a Parigi l’11 gennaio 2021, sono stati stanziati circa 14.3 miliardi di dollari al fine di accelerare gli sforzi per ripristinare la terra degradata, salvare la diversità biologica, creare posti di lavoro verdi e rafforzare la resilienza della popolazione saheliana. 
La riforestazione di milioni di ettari, oltre a rappresentare una strategia ecologia imponente, è una grande opportunità economica per molte comunità africane che basano gran parte del proprio sostentamento su aree rurali. 
Nel concreto, infatti, stando ad alcune stime, i milioni di alberi che verrebbero piantati potrebbero catturare circa 250 milioni di tonnellate di carbonio e creare 10 milioni di posti di lavoro “verdi”.


L'obiettivo principale: la lotta alla desertificazione. Ma non solo...

L'obiettivo principale della Grande Muraglia Verde è la lotta alla desertificazione, ovvero all’ampliamento dei deserti esistenti e la formazione, espansione o peggioramento della sterilità e aridità di vaste zone terrestri. 
Inoltre, sotto il profilo economico-produttivo, la trasformazione di terreno fertile in deserto rappresenta un enorme danno per moltissime aziende che si trovano, nel giro di poco tempo, ad operare in regioni inospitali e improduttive. 
Nel 1994 è stata siglata una convenzione internazionale (UNCCD, Convenzione contro la desertificazione) per cercare di contrastare questo preoccupante fenomeno. 
Tale Convenzione definisce la desertificazione come «il degrado delle terre nelle aree aride, semi-aride e sub-umide secche, attribuibile a varie cause, fra le quali variazioni climatiche e attività umane». 
Tra le principali cause della desertificazione, in parte naturali e in parte dovute all’opera dell’uomo, si segnalano: la siccità, gli incendi, la deforestazione, l’urbanizzazione, l’inquinamento, lo sfruttamento agricolo troppo intenso, l’erosione provocata dalle piogge intense, lo sfruttamento eccessivo dei bacini acquiferi superficiali e sotterranei. 
La Grande Muraglia Verde rappresenta un tentativo per arginare e, nel tempo, arrestare quella che è diventata a tutti gli effetti una delle principali piaghe ecologiche del nostro tempo.


Dagli albori del progetto ai tempi nostri


Nel 1952 biologo inglese Richard St. Barbe Baker ipotizzò per la prima volta la necessità di costruire una barriera verde per impedire al deserto del Sahara di estendersi. 
Il pensiero dello studioso era occorreva realizzare una lunga fascia alberata larga 50 km per contenere il deserto, che già negli anni Cinquanta del secolo scorso veniva percepito come una potenziale minaccia ambientale. 
L'idea di Barbe Baker divenne realtà solo nel 2007, ovvero 55 anni dopo la sua iniziale teorizzazione
Lanciato dall’Unione Africana, il progetto venne sostenuto fin da subito dall’Onu e finanziato dalla Banca Mondiale e da altre organizzazioni locali e internazionali con un esborso iniziale di circa tre miliardi di dollari
Ad oggi il Sahara è il più grande deserto subtropicale al mondo, con un’estensione di circa nove milioni di chilometri quadrati, in cui vivono 232 milioni di persone. 
La Grande Muraglia Verde si spera sia  completata entro il 2030. Questo è il limite temporale fissato dall’Agenda ONU 2030 per lo sviluppo sostenibile. 
Secondo alcuni report presentati dalla FAO, per arrestare il degrado del suolo è necessario riqualificare dieci milioni di ettari all’anno
È un ritmo certamente serrato, ma che sarebbe in grado di modificare in positivo la vita di decine di milioni di persone, oltre che di arrestare una delle più gravi crisi ambientali odierne.

 
Lo stato attuale dei lavori

I lavori di riforestazione inquadrati nella costruzione della Great Green Wall sono iniziati nel 2008. 
Il Senegal, secondo il New York Times, è diventato uno dei Paesi leader del progetto, avendo piantato una quantità notevole di alberi lungo una striscia di più di 530 chilometri, a nord del Paese, per un costo di 6 milioni di dollari.
I paesi coinvolti nel progetto sono: Senegal, Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger, Nigeria, Ciad, Sudan, Etiopia, Eritrea e Gibuti
Attualmente è stato piantato circa il 20% della Grande Muraglia Verde: si parla di una striscia lunga circa 530 chilometri. 


Fonti

https://www.geopolitica.info/grande-muraglia-verde-sfida-ecologica-nostro-tempo
https://www.green.it/grande-muraglia-verde-africa/

martedì 27 febbraio 2024

Meat free week, la campagna di WWF per una settimana senza mangiare carne!


Dal 26 febbraio 2024, per un'intera settimana WWF lancia la campagna Meat free week, ovvero un insieme di azioni concrete per ridurre il nostro impatto ambientale e migliorare la nostra salute.
Il contenuto della proposta è di fare una settimana senza mangiare carne.


Gli allevamenti intensivi...


In Europa più dell’80% della carne proviene da allevamenti intensivi.
In Italia addirittura l’85% dei polli e oltre il 95% dei suini sono allevati intensivamente, e quasi tutte le vacche da latte non hanno accesso al pascolo libero. 
L'impatto sull'ambiente è devastante, come quello sulla nostra stessa salute. 
In Italia infatti si registra la maggiore resistenza agli antibiotici in Europa, proprio a causa dell’eccessivo utilizzo di medicinali veterinari negli allevamenti.


...distruggono il pianeta e la nostra salute

Gli allevamenti intensivi sono una delle principali cause del cambiamento climatico, responsabili del 16,5% delle emissioni globali di gas serra (cifra paragonabile agli effetti dell’intero settore dei trasporti, considerando treni, macchine, aerei e camion) e del 60% delle emissioni dell’intero settore agroalimentare. 
Gli allevamenti intensivi consumano fino al 10% dell’acqua dolce del Pianeta e fino al 30% delle terre non coperte dai ghiacci. 
Altro annosa questione è la deforestazione provocata dall’aumento, a livello globale, della domanda di carne: il 60% delle foreste pluviali (in Amazzonia questa percentuale arriva al 70%) viene abbattuto proprio per ottenere pascoli e per coltivare grandi quantità di vegetali (soprattutto soia e cereali) destinati all’alimentazione animale. 
Tutto ciò cauda la perdita di habitat e specie selvatiche e l'aumento dell’effetto serra responsabile del riscaldamento globale. 
Circa le condizioni di vita degli animali negli allevamenti intensivi sono spesso pessime, con luoghi sovraffollati, luce artificiale e spazi di movimento ridotti (se non nulli).
In ultimo l’insostenibilità degli allevamenti intensivi è evidente anche dal punto di vista di efficienza nutrizionale: nonostante il 77% dei terreni agricoli mondiali sia dedicato all’allevamento, questi generano solo il 18% delle calorie e il 37% delle proteine totali consumate dalla popolazione mondiale. 


Perché la proposta di una settimana senza carne

Se si passasse a una dieta senza carne a livello globale si ridurrebbe del 76% l’uso del suolo legato all’alimentazione, del 49% le emissioni di gas serra legate all’alimentazione, del 49% l’eutrofizzazione (ossia l’eccesso di nutrienti, in particolare composti dell’azoto e del fosforo, nell’acqua e nel suolo) e del 35% l’uso di acqua blu e verde insieme. 
I benefici sarebbero inoltre anche sanitari: se la dieta vegetariana fosse adottata a livello mondiale entro il 2050, porterebbe a una riduzione della mortalità globale fino al 10%, evitando circa 7 milioni di morti all’anno, mentre il veganismo farebbe salire questa stima a 8 milioni
È studiato infatti che l’aspettativa di vita potrebbe aumentare fino a dieci anni in seguito al passaggio a diete più sane. Dunque, perché non provare!”.


Fonti

https://www.wwf.it/pandanews/ambiente/al-via-la-meat-free-week-promossa-dal-wwf/

giovedì 30 novembre 2023

La teoria dell'insensibilità delle piante di Aristotele. Una dura zavorra, da digerire e smaltire.


Le piante sono esseri viventi insensibili? Privi di reazioni agli stimoli esterni, quali luce, campo magnetico e suoni?
Per lungo tempo una delle teorie dominanti, se non la teoria dominante sul tema, è andata in questa direzione.
L'autore è Aristotele, il "padre della scienza".
Nella sua opera De plantis (l’originale greco dell’opera è perduto), in contrasto con Platone, scrive: 
«La teoria di Platone secondo cui le piante hanno sensazioni e desideri è certo sorprendente, ma non aberrante; per Anassagora, Democrito ed Empedocle esse hanno anche una mente capace di conoscere. 
Noi riteniamo erronee queste teorie, le respingiamo e vogliamo dedicarci ad un sano ragionamento. 
Affermiamo così che le piante non hanno né desiderio né sensazioni, poiché il desiderio non esiste senza la sensazione, e il fine di ciò che vogliamo cambia in relazione alle sensazioni che si hanno. 
Ora, nelle piante non troviamo né la sensazione, né una parte capace di percepire, o qualcosa di somigliante, né una forma determinata, o qualcosa che vi sia prossima, né movimento, né un modo per avvicinarsi all’oggetto percepibile, né un indizio per cui si possa ritenere che esse posseggano la sensazione, e che corrisponda a quei segni per cui sappiamo e constatiamo che le piante si nutrono e crescono».

Secondo Aristotele in problema sta nel fatto che le piante non possiedono capacità percettive.
Egli aggiunge: 
«la capacità di percepire rappresenta il principio comune della vita animale: l’inanimato non ha anima né alcuna sua parte; la pianta, invece, non è tra gli esseri che mancano di anima, perché ne possiede una parte, nemmeno però è un animale, perché non ha facoltà percettiva».


L'influenza della teoria aristotelica 

La teoria di Aristotele ha influenzato il mondo scientifico per 2000 anni e ci ha lasciato in eredità il concetto antropocentrico della superiorità del mondo animale verso quello vegetale e, infine, dell'uomo come essere dotato di qualità uniche.

La storia dimostra però che gli individui vegetali sono stati in grado nel corso della storia di sopravvivere, adeguarsi e evolversi nei contesti più disparati e difficili.
Essi rappresentano il 99,5% della biomassa del nostro pianeta. Una percentuale altissima, che dovrebbe dimostrarci fin da subito le grandi capacità di sensibilità e adattamento. Di tutto quello che è vivo sul nostro pianeta, gli animali rappresentano (in peso) un piccolo 0,5%.


Semplicemente altre caratteristiche, molto più affinate e consolidate delle nostre

Le piante, fra 400 milioni e un miliardo di anni fa, decisero di non spostarsi, ottenendo tutta l’energia necessaria per sopravvivere dal sole attraverso la fotosintesi e adattando il proprio corpo alla predazione e agli altri innumerevoli vincoli derivanti dall’essere sessili. 
Le piante evolsero l'abilità di avvertire con grande anticipazione il più piccolo cambiamento nell’ambiente. Esse sono in grado di sentire anche un elevato numero di parametri (campi magnetici, elettrici, chimici) che non sono normalmente percepiti dagli animali. 
Con tale superiore sensibilità, le piante sono in grado di modificarsi, adattandosi alle nuove condizioni. Questo grazie alle specifiche caratteristiche della loro struttura.

Il punto è che il "corpo" delle piante non ha nulla a che vedere con quello degli animali.
Le cellule vegetali, in primis, hanno la parete cellulare che le differenzia totalmente da quelle animali, che protegge e permette la costruzione di apparati molto evoluti e funzionali (libro, legno, corteccia, etc).

lunedì 27 novembre 2023

Il divieto di pubblicità della carne nei Paesi Bassi


I Paesi Bassi si affermano come capofila europeo nella rivoluzione contro l'abuso della carne.
Diverse città hanno infatti vietato la pubblicità della carne.

Utrecht è l'ultima città in Olanda ad approvare il divieto di fare pubblicità per la carne e i prodotti derivati: la misura potrebbe diventare nazionale.
In un’iniziativa che riflette la crescente preoccupazione per la salute e l’ambiente, Utrecht è diventata l’ultima città olandese a bandire la pubblicità dei prodotti a base di carne dai propri spazi pubblicitari. La decisione segue un divieto simile adottato l’anno scorso dalla città di Bloemendaal e la discussione in corso in altre aree, tra cui Zwolle, Haarlem, Amsterdam e la provincia di Noord-Holland.


La motivazione

La motivazione fornita dall’amministrazione comunale è duplice. Da una parte c’è l’impatto negativo che l’eccessivo consumo di carne ha sulla salute dei cittadini, dall’altro la necessità di contrastare il cambiamento climatico.

Utrecht ha già dimostrato il suo impegno sociale adottando divieti simili sulla pubblicità dei combustibili fossili per auto in passato. La città ha deciso di estendere la sua visione ecologica includendo la carne tra i prodotti vietati.

La decisione del comune si applica solo ai cartelloni pubblicitari di proprietà delle autorità locale, circa 850 spazi in tutto il territorio cittadino. Questa iniziativa, che riprende quelle di altre città dei Paesi Bassi, potrebbe essere il precursore di una tendenza più ampia verso politiche più restrittive nei confronti di prodotti non sostenibili.


La lotta dei Paesi Bassi alle emissioni degli allevamenti di carne

L’ordinanza si inquadra infatti in un contesto più ampio di cambiamenti nelle politiche europee riguardo all’agricoltura. Il ministro olandese dell’Agricoltura, della Natura e della Qualità del cibo Piet Adema ha recentemente dichiarato che l’Unione Europea non dovrebbe fornire sussidi per la produzione di carne, ma dovrebbe piuttosto concentrarsi su prodotti salutari e che non danneggiano l’ambiente.

Nonostante l’iniziale scetticismo degli allevatori, in realtà, non si sono levate particolari proteste dall’industria della carne. I Paesi Bassi mirano alla conversione della filiera verso prodotti plant based o verso la carne coltivata, da noi chiamata “carne sintetica” e bandita proprio sulla spinta di associazioni di categoria come Coldiretti. Si tratta di un business mondiale da 25 miliardi di dollari.


Sempre meno carne nei Paesi Bassi?

Mentre la Commissione Europea discute sull’allocazione futura dei sussidi all’agricoltura, la situazione olandese potrebbe anticipare un cambio di paradigma nel modo in cui la carne è promossa e consumata in tutta Europa.

La recente diminuzione delle vendite di prodotti a base di carne nei Paesi Bassi, insieme all’incremento del mercato plant based suggerisce che la coscienza ambientale e le preferenze dei consumatori stanno influenzando le abitudini alimentari in modo significativo. Resta da vedere se altri Paesi comunitari seguiranno l’esempio olandese, con la trasformazione dei divieti della carne in una tendenza dell’intero continente.

Il tempo per fermare il cambiamento climatico sta finendo e i numeri sull’utilizzo delle risorse e del suolo per gli allevamenti sono ormai noti a tutti. Una dieta vegana o che preveda meno prodotti di origine alimentare può rappresentare un punto di partenza per limitare l’impatto dell’uomo sul Pianeta, ma un cambio di abitudini prevede anche il supporto alla transizione di piccole e grandi realtà, per evitare la perdita di milioni di posti di lavoro.


Fonte

https://quifinanza.it/economia/carne-bandita-pubblicita-stop-olanda-utrecht/767504/amp/

sabato 25 novembre 2023

Le sette sfide della sostenibilità del cibo, by Sharon Cittone

Sharon Cittone è tra le ospiti eccellenti del Women Economic Forum.
Gli argomenti trattati sono stati relativi a carne coltivata, grani antichi e nuove tecnologie.
Cittone propone 7 grandi sfide del futuro del cibo per un mondo più sostenibile, facendo la premessa che pochi consumatori sono consapevoli che il settore agroalimentari incide per circa un terzo sul cambiamento climatico.


1. La carne coltivata


«La questione più importante per un pianeta con una popolazione in crescita e una richiesta di carne in aumento è quella delle proteine complementari e alternative. E la carne coltivata è una soluzione che solo una politica miope può non vedere», spiega Cittone. 

Va ricordato che la carne sintetica e costituita da proteine sintetiche «lavorate in laboratorio senza aggiunta di antibiotici, quindi il meglio che si possa desiderare».


2. Meno allevamenti intensivi


È la concorrenza degli allevamenti intensivi che va combattuta. Quelli a cui sono destinati i foraggi prodotti sul 60% delle terre coltivabili nel mondo. Tanto è il consumo di suolo destinato a nutrire gli animali allevati in batteria. «Considerate che cosa state mangiando: cercate le immagini di un pollo di 50 anni fa e confrontatelo con il pollo com’è oggi. Scoprirete di nutrirvi con dei polli Schwarzenegger, con enormi pettorali, che del pollo hanno pochissimo.


3. Le eccellenze italiane

La carne coltivata non fa concorrenza alle eccellenze. «Anzi, l’allevatore di razza Chianina o la carne prodotta in malga saranno meglio tutelati, proprio in quanto eccellenze italiane. È giusto spendere di più per mangiare meno carne, se è buona e sana».

Ma gli investimenti sui prodotti italiani devono essere coerenti, rispondere a una visione d’insieme. «Non è possibile pagare un ananas un quarto di una mela trentina: il consumatore può darsi torni a casa contento ma il sistema che gli ha proposto questa scelta è sbagliato».


4. L’agricoltura rigenerativa

«Significa, in parte, tornare alla saggezza dei nostri nonni. In parte, innovare. Il futuro del cibo è nell’agricoltura biologica ma anche rigenerativa: quella che punta a salvaguardare il microbioma, rigenerando il suolo. Solo in questo modo torneremo ad avere arance che sanno di arance, e mele di mele, con le proprietà nutrizionali che oggi presumiamo abbiano ma non hanno più», spiega Cittone.

Bando, dunque, allo sfruttamento intensivo del suolo e alle monoculture destinate agli allevamenti. Un’agricoltura buona e rigenerativa è quella che aumenta la biodiversità delle specie vegetali e di quelle microbiche, che integra gli animali e le piante nell’azienda agricola e che consente anche alla terra di riposare.


5. La biodiversità

Nel corso della storia umana, su circa 30.000 specie di piante commestibili, “solo” 6/7mila sono state coltivate a scopo alimentare. E di queste “solo” 170 su scala commercialmente significativa. Ma oggi dipendiamo fortemente solo da una trentina di queste colture. E più del 40% delle nostre calorie giornaliere provengono da solo tre di quelle 30mila: riso, grano e mais. Il fatto che migliaia di colture siano state trascurate o sottoutilizzate non è solo un peccato per tutti i sapori e i nutrienti che ci stiamo perdendo, ma anche per l’agricoltura stessa. Se sono state “trascurate” è magari perché hanno rese basse o semplicemente non sono stati ben studiate e non sono mai entrati nel mercato globale. Sostenute dalle politiche e dai finanziamenti giusti, potrebbero rinascere.

«L’Italia è, in questo senso, un caso scuola: ha una biodiversità unica. Dai grani antichi alle mele: la varietà di alimenti a disposizione per creare una dieta sana e ricca è enorme», spiega Cittone. Prendiamo i legumi: Slow Food ne ha inclusi 300 a bordo della sua Arca del Gusto, di cui 124 in Italia, e ben 48 legumi in Italia sono Presìdi Slow Food. Oppure le olive: In Italia ci sono oltre 538 varietà di alberi di olivo, che producono olive da olio.


6. La filiera

Tra le sfide del futuro del cibo c’è anche una nuova attenzione alla filiera. «Significa chiedersi e pretendere di sapere da dove viene il cibo che si porta in tavola. Sia la carne coltivata, la bistecca di Chianina, l’ananas o il piatto di pasta. Quando sull’etichetta leggete un’ingrediente che fate fatica a pronunciare, non comprate quel prodotto. Stop», dice Cittone.


7. Lo spreco alimentare

«Lo spreco alimentare lungo tutta la filiera è un altro tema importante, con un impatto esorbitante sul portafoglio e sulla salute», conclude Cittone. «Ma un tema decisivo è anche l’impatto degli imballaggi. Compresi i cosiddetti sacchettini biodegradabili, che biodegrabili non sono affatto. Ogni nostra scelta è decisiva: proviamo allora a pesare la nostra zucchina senza sacchetto e a mettere l’etichetta su quella. Cambiare le cose dal basso è possibile».


Qualcosa in più su Sharon Cittone


Indicata da Forbes tra le donne più potenti al mondo che plasmeranno il futuro del cibo, Ciccone ha lavorato nella comunicazione, per poi decidere - in tempi in cui questi argomenti erano ancora senza voce - di approfondire i temi della sostenibilità e dell’innovazione nell’agroalimentare. 
È impegnata nell’empowerment femminile, è parte - tra le altre cariche - dell’advisory board del World Food Programme Italia, e del Global Chair for Food Innovation del G100, una rete internazionale di più di cinquanta donne leader. «I miei interessi - dice - sono questi: il cibo, la sostenibilità, e le donne.


Fonti

https://www.iodonna.it/benessere/diete-alimentazione/2023/11/20/carne-coltivata-grani-antichi-nuove-tecnologie-il-futuro-del-cibo-secondo-sharon-cittone/

https://www.vanityfair.it/article/sharon-cittone-summit-umbria-edible-planet-16-19-settembre-sostenibilita-sistema-cibo

domenica 17 luglio 2022

La droga nella guerra (negli ultimi cent'anni): un aiuto prezioso per superare i limiti umani

La Prima Guerra Mondiale e la cocaina

Sul fronte italiano e tedesco della Prima Guerra Mondiale era consuetudine dare una razione di cocaina (sul fronte italiano in particolare grappa e cocaina), per gli effetti sedativi del dolore e stimolanti all’azione che il mix dava al milite. 
La cocaina soprattutto è stata per molto vista come droga d’elezione per stimolare azioni militari audaci e impavide per i suoi effetti energizzanti, riduzione del senso di fatica, entusiasmo con limitazione del senso di paura, aumento di fiducia, concentrazione e propensione al rischio (anche sconsiderato). 

I nazisti e le anfetamine


La droga più usata dai nazisti fu l'anfetamina
I soldati di Hitler, il 14 maggio 1940, conquistarono l'Olanda: fu determinante la loro capacità di combattere senza sosta, giorno e notte, senza dormire. Questa resistenza sarebbe stata garantita dal Pervitin, un "farmaco militarmente prezioso" usato regolarmente anche dal generale Rommel e dallo stesso Hitler.
Il Pervitin fu creato e sviluppato nel 1937 dal medico Fritz Hauschild, rimasto colpito dagli straordinari effetti delle benzedrine sugli atleti americani che avevano partecipato alle Olimpiadi di Berlino nel 1936. 
All'inizio della Seconda Guerra Mondiale veniva distribuita ai soldati dai medici militari. Secondo Der Spiegel, più di 35 milioni di dosi di Pervitin da 3 milligrammi furono confezionate per le forze di terra e aeree tedesche tra l'aprile e il luglio 1940. Per i loro uso massiccio sui tank tedeschi e austriaci le tavolette di Pervitin furono soprannominate Panzerschokolade, "cioccolato per carri armati".


Le anfetamine nella Seconda Guerra Mondiale 

L'esercito giapponese usò molte le metanfetamine tra il 1939 e il 1945.
Nel dopoguerra molti soldati ebbero problemi di dipendenza e faticarono a tornare a una vita libera dalla droga.
Gli alleati usarono invece un mix di anfetamineovvero un inalatore di Benzedrine. Gli statunitensi lo impiegarono per un motivo psicologico: non volevano che i propri piloti si sentissero svantaggiati rispetto ai tedeschi. Tuttavia il ricorso alle anfetamine non fu indolore: i piloti alleati accusarono effetti collaterali come forte irritabilità e incapacità di incanalare la concentrazione. Molti militari diventarono dipendenti da queste sostanze e continuarono ad abusarne anche a guerra finita.


Le droghe della guerra in Vietnam

L'eroina, la marijuana e altre droghe furono molto usate dai i soldati americani nel conflitto in Vietnam (1955 - 1975). Si stima che tra il 10 e il 15 per cento dei soldati ne facessero uso costante. Anche qui, per molti ci furono problemi di dipendenza: il presidente Nixon fu costretto a finanziare la prima grande espansione di programmi per il trattamento delle tossicodipendenze.


I tempi odierni e il Modafilin: ottimo per non dormire mai 


Nei tempi moderni un farmaco usato a livello militare è il Modafilin.
Il Modafilin è uno stimolante, creato per curare la narcolessia e inserito nella lista "proibita" delle sostanze dopanti.
E' attualmente testato per prolungare il numero di ore di veglia delle truppe (si arriva a 48 ore senza dormire). Fu dato per la prima volta ai piloti dell'Air Force americana nel 2003 in occasione dell'invasione in Iraq e si lavora ora alla struttura della molecola per prolungare ulteriormente la capacità di rimanere svegli.


I guerrieri dell'Isis e il Captagon

C'è un motore invisibile che toglie ai terroristi dell'Isis anche l'ultimo scampolo di umanità risparmiato da fanatismi e ideologie: si chiama Captagon.
Molto spesso viene usato prima del momento in cui compiono una strage. 
La "droga della Jihad" è un cloridrato di fenetillina, un composto di anfetamina e altre sostanze stimolanti da decenni diffuso nei Paesi del Golfo, e ora diffusosi in modo capillare tra chi combatte la "Guerra Santa".
Gli effetti della droga sono la perdita di giudizio, la resistenza alla fatica, l'euforia e l'abbandono di ogni inibizione. Chi assume il Captagon può non mangiare o dormire per giorni, ed è pervaso da un senso di onnipotenza che fa sentire invincibili. Siringhe con tracce di Captagon - si può anche iniettare - sono state trovate nella casa di uno degli attentatori di Parigi e la stessa droga era nel sangue di uno dei terroristi di Sousse, Tunisia.

sabato 9 luglio 2022

I curdi (I° parte): gli ultimi cento anni del più grande popolo senza stato


I curdi si stima siano tra i 30 e i 40 milioni: si tratta del più grande popolo al mondo senza nazione, sparso su un vasto territorio montagnoso tra gli odierni Turchia, Siria, Iran e Iraq.
La storia dei curdi è un insieme confuso di discriminazione, persecuzione e alleanze tradite, che ne hanno decretato la situazione attuale.
Il Kurdistan infatti, inteso come “Paese dei curdi”, non esiste su alcuna mappa ufficiale.
Le persone vivono divise principalmente tra Turchia (20%), Iraq (15-20%), Siria (10%) e Iran (8%). Non sono né arabi, né persiani, né turchi. Sono la quarta etnia del Medio Oriente. Oggi in maggioranza musulmani sunniti, parlano una lingua di origine indoeuropea.
Con Kurdistan ci si riferisce a un’area geografica per lo più montuosa, vasta oltre 450 mila chilometri quadrati, compresa entro i confine dei quattro paesi sopra citati. Per questo si parla di Kurdistan turco, iracheno, siriano (Rojava) e iraniano. Se fosse unito politicamente, sarebbe tra gli stati più ricchi della regione, considerate le materie prime di cui dispone, dal petrolio alle risorse idriche.


La nascita della questione curda

La nascita della “questione curda” coincide con il tramonto dell’Impero Ottomano e la fine della Prima guerra mondiale. Alla spartizione della Sublime Porta ad opera di Francia e Regno Unito (accordo di Sykes-Picot, 1916), è seguito lo smembramento dei curdi tra i territori delle attuali Turchia sudorientale, Siria nordorientale, Iraq settentrionale e Iran occidentale.
A dare speranza alle aspirazioni nazionaliste di questo popolo, sono state paradossalmente le stesse potenze alleate quando, nel 1920, hanno siglato il Trattato di Sèvres, con cui si definivano i nuovi confini della Turchia. Si tratta dell’unico documento giuridico-politico internazionale che abbia previsto la creazione di uno stato curdo indipendente.
Questa ipotesi è stata fortemente osteggiata dal governo nazionalista guidato da Mustafa Kemal Atatürk. L’accordo è stato così stralciato e sostituito dal Trattato di Losanna (1923), che ha cancellato completamente il riconoscimento delle rivendicazioni curde.


La lotta curda per l'indipendenza

I primi a lanciarsi nella lotta armata per l’autonomia sono stati i curdi iracheni, sotto la guida del clan Barzani. Iniziata negli anni ’30, ha visto una svolta negli anni ’70 ed è culminata nel 1991 con l’istituzione del Kurdistan iracheno. L’ultimo atto di questo travagliato percorso è stato il referendum per l’indipendenza del 2017.
A esprimersi a favore dell’indipendenza era stato il 92% dei partecipanti.
La nascita della regione autonoma è passata attraverso i tradimenti degli Stati Uniti e le tragedie causate da Saddam Hussein. Risale agli anni ’90 la dura repressione della rivolta curda, sostenuta dal presidente statunitense George W. Bush, da parte del dittatore iracheno, che già nel 1988 si era macchiato dell’attacco chimico di Halabja, in cui sono morti 5 mila curdi.


È del 1978, invece, la comparsa sulla scena politica turca del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk). Nato con l’obiettivo di creare una repubblica indipendente curda, è entrato ufficialmente in guerra con Ankara nel 1984.
Il suo fondatore, Abdullah Öcalan, sta scontando dal 1999 l’ergastolo a İmralı, l’isola-penitenziario al largo di Istanbul.
Il Pkk, per aver imbracciato la lotta armata, è considerato a tutti gli effetti un’organizzazione terroristica dalla Turchia, dagli Stati Uniti e, dal 2002, anche dall’Unione europea. Dopo una tregua storica, firmata nel 2013 da Öcalan e Recep Tayyip Erdoğan, attuale presidente turco, all’epoca primo ministro, la guerra interna è ripresa nel 2015.
Il cessate il fuoco è terminato a luglio di quell’anno, dopo che un attentato suicida, attribuito allo Stato Islamico, ha provocato la morte di 33 giovani attivisti curdi a Suruç, vicino al confine siriano. Il Pkk ha accusato le autorità turche di complicità e da quel momento hanno ripreso in mano le armi. La risposta di Ankara non si è fatta attendere.


I curdi e la guerra in Siria

In seguito allo scoppio della guerra siriana nel 2011, nella parte settentrionale del paese si sono creati i presupposti per la nascita della Federazione del Nord della Siria, una regione non ufficialmente riconosciuta, nota anche con il nome di Rojava, dove vivono, secondo le stime, tra 500 mila e 1 milione di curdi.
Il Kurdistan occidentale ha attirato la simpatia di diversi stati occidentali per l’esperimento politico e sociale, messo in atto dal Pyd (Partito dell’unione democratica), che si basa sulla teoria del confederalismo democratico formulata da Öcalan e che tra i sui pilastri ha l’emancipazione femminile.
Nel caos del conflitto siriano e di fronte alla presa di potere dell’Isis tra il nord-ovest dell’Iraq e il nord-est della Siria, gli Stati Uniti, nel 2014, hanno deciso di puntare sui combattenti curdi per fermare l’avanzata jihadista. A riaccendere i riflettori internazionali sulla “questione”, dunque, il loro ruolo nella lotta contro lo Stato Islamico, grazie alla quale i curdi siriani sono riusciti a ritagliarsi quell’autonomia da sempre negata.
In particolare, nel Rojava, a respingere le incursioni del’Is sono state le milizie dell’Ypg, Unità di Protezione Popolare, il braccio armato del Pyd, all’interno del quale le donne hanno giocato un ruolo decisivo, anche dal punto di vista mediatico. Per la Turchia, però, l’Ygp e il Pyd sono rami del Pkk e per questo considerati anch’essi organizzazioni terroristiche.

A causa al ritiro del contingente americano del 2019 dal Kurdistan occidentale, Erdogan ha avuto campo libero per azzerare il progetto politico indipendentista del Rojava. Questo il quadro entro il quale comprendere l’ultimo attacco sferrato da Ankara nel nord della Siria. L’operazione lampo, ribattezzata “Sorgente di pace”, ha provocato centinaia di vittime e 160 mila sfollati.
Dopo due settimane, a Sochi, su spinta del presidente russo Vladimir Putin, è stata firmata una tregua che ha ridefinito gli equilibri nella regione: alla Turchia è stata concessa la possibilità di creare una safe zone, una “zona sicura”, dove trasferire i 3,6 milioni di rifugiati siriani che Ankara ha accolto dall’inizio del conflitto in Siria, mentre i curdi, dopo essere stati abbandonati dagli Stati Uniti, hanno trovato un alleato nel dittatore siriano Bashar al-Assad.

martedì 21 giugno 2022

L'uomo e il latte (II° parte): un gioco poco sostenibile


L’impatto ambientale degli allevamenti, siano essi destinati alla produzione di formaggi o di carne, è devastante.
Il 74% delle emissioni mondiali è causato dai bovini. Questo è principalmente dovuto all'abbondanza di mucche da latte, ma anche dalla grande quantità di metano e protossido di azoto emessi da tutti gli allevamenti sia intensivi che estensivi.


L'inquinamento causato dai bovini da latte

Una bovina da latte produce 20 tonnellate all'anno di liquame, di cui 80 chili azotati.
In Italia, ogni regione ha un carico massimo di chili all'anno di azoto per ettaro, superato il quale il terreno non riuscirebbe a reggere, col rischio concreto di inquinamento della falda acquifera.
In Emilia Romagna la normativa permette un carico massimo di 340 chili di azoto all'anno per ettaro, quindi non più di quattro bovini per ettaro. Ma il limite si abbassa a 170 chili di azoto nelle zone vulnerabili, cioè con presenza di acquiferi, e negli allevamenti biologici: 2 vacche per ettaro.
Va detto che la componente azotata è utile per fertilizzare il terreno, ma se troppo elevata provoca un inquinamento delle acque con i nitrati (NO3) e dell'aria con l'ammoniaca (NH3), precursore delle polveri sottili (pm10) così insidioso da far impallidire le emissioni da traffico automobilistico.
Per ogni capo tenuto nelle stalle occorre dunque disporre di terreni sufficienti per lo spandimento, in proprietà o in affitto.
E' così che può capitare che le autobotti con letame e liquami non compiano lunghi tragitti, ma sversino più volte in appezzamenti defilati, quei poderi sacrificati per liberarsi dei liquami in eccesso.
Anche i residui farmacologici rappresentano un importante rischio. Negli allevamenti odierni l'uso di antibiotici e ormoni è molto diffuso, per motivi terapeutici ma più spesso per motivi non terapeutici quali profilassi delle malattie e incremento della crescita o della produzione dell'animale. 
Nei paesi sviluppati i farmaci usati nella zootecnia rappresentano una quota elevata del totale nazionale, ad esempio negli USA oltre il 70% degli antibiotici usati sono somministrati agli animali allevati. Una parte sostanziale dei farmaci somministrati non viene assorbita dall'animale e si disperde nelle acque tramite lo scarico dei reflui o l'uso del concime sui terreni. 
La contaminazione delle acque con agenti antimicrobici provoca un antibiotico-resistenza nei batteri, mentre la presenza di sostanze ormonali disciolte può avere effetti sulle colture e può provocare alterazioni del sistema endocrino negli esseri umani e negli animali selvatici.


Il dispendio di cibo e acqua

In estate, una mucca da latte mangia circa 70 kg di erba al giorno. In inverno mangia invece fieno, foraggio insilato e 2–3 kg di alimenti complementari. Quotidianamente, una mucca beve dai 50 agli 80 litri d'acqua.
Inoltre l'alimentazione delle mucche consiste quasi sempre nell'uso di mangimi quali cereali e leguminose, che potrebbero invece essere utilizzati direttamente dall'uomo per il suo sostentamento.
Per produrre un litro di latte occorrono 1020 litri di acqua per kg. Il paragone può essere fatto con le specie vegetali: per un chilogrammo di riso, la coltura a più alta richiesta idrica, occorrono 2500 litri di acqua; per un chilo di soia ne bastano 2145, 1827 per un chilo di grano, 1220 per un chilo di mais e 290 per un chilo di patate.


Qualche dato per capire quanto l'allevamento (non solo di vacche da latte) sia impattante sul nostro pianeta

Secondo la FAO, «il settore dell'allevamento rappresenta, a livello mondiale, il maggiore fattore d'uso antropico delle terre»: direttamente e indirettamente, la moderna zootecnica complessivamente utilizza il 30% dell'intera superficie terrestre non ricoperta dai ghiacci e il 70% di tutte le terre agricole. Secondo l'International Livestock Research Institute (ILRI) occupa il 45% delle terre emerse del pianeta. Per lo più le terre vengono usate per il pascolo degli animali: quasi il 29% della superficie degli Stati Uniti, oltre il 40% del territorio della Cina (più di 4 milioni di chilometri quadrati) e più del 50% della regione orientale del continente africano, sono occupati da pascoli. 
La produttività dei prati a pascolo è molto variabile: un ettaro di prateria molto ricca può sostenere un manzo per un anno, ma possono essere necessari anche 20 ettari se si tratta di prateria marginale. Un altro importante fattore d'uso delle terre è la produzione di mangime: il 33% delle terre arabili del pianeta è usato a tale scopo.
Inoltre l'allevamento prevede, per la sua realizzazione, la deforestazione. Si pensi alla foresta Amazzonica, che col tempo si sta riducendo sempre più, per l'espandersi degli allevamenti intensivi.
Ultimo fattore da considerare, ma non per importanza, è la degradazione del suolo: la continua pressione dello zoccolo provoca compattamento del terreno, mentre l'estirpazione della vegetazione effettuata dall'animale per nutrirsi provoca impoverimento della flora. Il compattamento del terreno diminuisce la capacità della terra di trattenere acqua e di rigenerarsi, mentre l'impoverimento della flora compromette la resistenza del suolo non più trattenuta dalle radici e riduce funzioni essenziali svolte dai sistemi vegetali quali l'assorbimento dell'acqua e il riciclo degli elementi nutritivi: la terra finisce così per essere sempre più esposta all'erosione del vento e dell'acqua e destinata all'isterilimento agricolo.


L'allevamento globale e i gas serra

Secondo il rapporto della FAO, nonostante l'allevamento di animali contribuisca solo limitatamente alla produzione di anidride carbonica (CO2) (il principale gas a effetto serra prodotto dall'uomo) con un 9% del totale, è tuttavia responsabile di alte emissioni di altri importanti gas serra: il 35-40% delle emissioni di metano, che ha un effetto 23 volte superiore a quello dell'anidride carbonica come fattore di riscaldamento del globo, il 65% delle emissioni di ossido di diazoto, un gas che è 296 volte più dannoso della CO2, e il 64% delle emissioni di ammoniaca, un gas che contribuisce significativamente alle piogge acide e all'acidificazione degli ecosistemi, sono prodotti infatti dal settore zootecnico. Sempre secondo la FAO, nella quota calcolata del 18% di emissioni di gas serra attribuite al settore zootecnico, il contributo maggiore proviene dagli allevamenti estensivi (13%), mentre una quota più ridotta (5%) è attribuibile ai sistemi intensivi.
È stato stimato che in sistemi CAFO (Confined Animal Feeding Operations) (sistemi di allevamento intensivo a ridotte emissioni di gas serra) la produzione di 225 g di carne di manzo produce emissioni CO2 equivalenti pari a quelle generate da un viaggio in auto di 15,8 km, 4,1 km per la stessa quantità di carne di maiale e 1,17 km per la stessa quantità di carne di pollo, mentre 225 g di asparagi (tra i vegetali a più alto impatto nella produzione di gas serra) corrispondono a guidare un'auto per 440 metri e 225 g di patate corrispondono a guidare un'auto per 300 metri. Secondo calcoli della FAO la produzione di un solo chilo di latte comporta una emissione di 2,4 kg di CO2 equivalenti. Un altro studio ha stimato che la produzione di un chilogrammo di manzo causa una emissione di gas serra e altri inquinanti maggiore di quella che si ottiene guidando un'auto per tre ore e lasciando nel frattempo accese tutte le luci di casa.

sabato 18 giugno 2022

L'uomo e il latte (I° parte): l'alimento per tutte le età, per ossa forti e corpo sano!



Il falso mito del calcio

Il latte non è essenziale per assumere calcio, anzi i prodotti caseari peggiorano la salute delle ossa.
I Paesi del mondo in cui si beve più latte hanno statisticamente più osteoporosi e fratture del bacino. 
Di pari passo con l’aumento del consumo di latte/latticini e di calcio aumentano anche i fattori di rischio per l’osteoporosi e le fratture ossee. 
Più latte e latticini si assumono, più si hanno perdite ossee.
Ci sono eccellenti fonti vegetali di calcio che non provocano acidosi metabolica; anzi, sono alcalinizzanti e aiutano la salute delle ossa. I broccoli, il cavolo, gli altri ortaggi a foglia verde, i semi di sesamo, il tahini, il tofu con aggiunta di calcio e i latti vegetali e succhi di frutta fortificati hanno quantità adeguate di calcio che soddisfano il fabbisogno giornaliero.
Il fattore in assoluto più importante per la salute delle ossa è il movimento. Per aumentare e mantenere la densità ossea, è necessario porre sotto tensione le ossa regolarmente.
Anche la vitamina D ha un importante ruolo nella salute delle ossa. Indipendentemente dalla quantità di calcio che si consuma, per assorbirlo serve la vitamina D. Oltre il 90% della popolazione mondiale ha livelli di vitamina D insufficienti o carenti.


La caseina e i prodotti caseari

La caseina, la principale proteina del latte, provoca dipendenza psicologica ed è un potente promotore del cancro.
Inoltre i prodotti lattiero-caseari contengono ormoni, allergeni, lattosio, grassi saturi, colesterolo e pesticidi: tutte sostanze che possono causare nel tempo seri problemi di salute.
Producono alti livelli di grassi saturi e colesterolo, note cause di aterosclerosi e cardiopatia arteriosclerotica (ASHD).


Il lattosio

Il lattosio è uno zucchero contenuto nel latte che viene scisso nell’organismo ottenendo un altro zucchero, il galattosio.
A sua volta, il galattosio viene ulteriormente catabolizzato da enzimi.
Secondo uno studio condotto dal dr. Daniel Cramer (e collaboratori) a Harvard, quando il consumo di latticini eccede quantitativamente la possibilità enzimatica di catabolizzare il galattosio, questo può accumularsi nel sangue e può danneggiare le ovaie femminili.
Alcune donne possiedono livelli di questi enzimi particolarmente bassi e il consumo regolare di derivati del latte può triplicare in loro il rischio di sviluppare cancro ovarico.


Il latte e le malattie correlate

I tumori della mammella e della prostata sono stati messi in relazione con il consumo di derivati del latte, correlazione presumibilmente riferibile, almeno in parte, ad aumentati livelli plasmatici di un composto denominato Insulin-like Growth Factor (IGF-I).
Questo fattore, isolato nel latte vaccino, è stato ritrovato a livelli plasmatici elevati nei soggetti che consumino regolarmente latticini .
Altri principi nutritivi che aumenterebbero i livelli di IGF-I sono presenti nel latte vaccino.
Uno studio recente mostra come soggetti maschili che presentino elevati livelli di IGF-I avrebbero un rischio quattro volte maggiore di sviluppare cancro prostatico, quando confrontati con i soggetti nei quali i livelli di questo fattore sono bassi.
Un ulteriore studio realizzato dal National Cancer Institute, dal National Institute of Health e dal World Cancer Research Fund condotto su 52.795 donne dimostra che:
  • consumare 1/3 di tazza di latte bovino al giorno aumenta del 30% la possibilità di sviluppare il cancro al seno;
  • consumare 1 tazza di latte bovino al giorno aumenta del 50% le probabilità di sviluppare il cancro al seno;
  • consumare 2-3 tazze di latte bovino al giorno aumenta dell”80% le probabilità di sviluppare il cancro al seno.
“Quello che è molto chiaro è che chi beve latte e mangia formaggi si ammala di più di cancro alla prostata." "La mia personale raccomandazione è di andare piano con i latticini, perchè i latticini non servono a niente". E i malati di tumore che hanno alti livelli nel sangue di fattori di crescita, come IGF1, che è stimolato dal consumo di latte, hanno una prognosi peggiore” (Franco Berrino).
Inoltre “I latticini contribuiscono significativamente ad elevare il contenuto di colesterolo e grassi nella dieta – è spiegato sul sito della SSNV – e le diete ad elevato contenuto di grassi, soprattutto grassi saturi, possono aumentare il rischio di parecchie malattie croniche, comprese le malattie cardiovascolari”.
Infine, “studi epidemiologici in diversi Paesi dimostrano la presenza di una forte correlazione tra l’uso di latticini e l’incidenza di diabete insulino-dipendente“.


Un'overdose proteica

Il latte vaccino, dovendo servire ai vitelli, che hanno una velocità d’accrescimento fisico notevolmente superiore a quella umana (raddoppiano il proprio peso dopo appena 47 giorni dalla nascita, mentre il neonato umano lo raddoppia in 180 giorni), contiene dal 3,5% al 5% di proteine, contro l’1,2% del latte umano. Tale notevole quantità di proteine nel latte di mucca costituisce, quindi, una autentica overdose proteica per un essere umano.
Si è cosi accertato che quando le proteine superano il normale fabbisogno del mammifero che assume un determinato latte, l’eccesso determina un sovraccarico per il fegato e le reni, che hanno il compito di eliminare i prodotti del metabolismo proteico.


Bibliografia 
Le informazioni sono tratte dalle seguenti opere:
Mills M. - Fattori promotori del cancro nel latte
Barnard N. - Ciò che l’industria del latte non vuol farti sapere
Berrino F. - 4 pilastri della nutrizione
Campbell T. C. - The China study

lunedì 22 marzo 2021

L'utopia a favore dell'immigrazione: il modello Riace di Domenico Lucano


Il "modello Riace" nacque quasi per caso nel 1998, quando una barca di profughi curdi raggiunse le coste di Riace. In risposta all'evento, Domenico Lucano (allora professore), decise di impegnarsi per l'integrazione dei migranti nel paese. Nel 2004 divenne sindaco, per poi vincere le elezioni per altri due mandati.


Il modello Riace

Il suo modello di accoglienza, il cosiddetto 'modello Riace', si basa sul rovesciamento di prospettiva tra stato e immigrato: l'adesione al sistema SPRAR viene cisto come un mezzo per ottenere fondi regionali o mutui per la ristrutturazione delle case dismesse. Inoltre, attraverso le associazioni viene data accoglienza e ospitalità ai rifugiati e ai richiedenti asilo, i quali potranno lavorare nel comune attraverso laboratori artigiani di tessitura, lavorazione del vetro, confettura. 
Altre misura intrapresa in attesa dell'erogazione in ritardo dei fondi risulta la creazione della moneta locale: l'euro di Riace, vale a dire una sorta di bonus di spesa utilizzabile anche dai turisti. 
Nel 2017, il modello coinvolgeva 550 migranti ospitati a Riace; in tutto dalla cittadina si stima siano passati 6000 migranti.
Ai bambini fu data la possibilità di frequentare sia la scuola che l’asilo, quest’ultimo finanziato dalla Regione Calabria (nel 2017 ospitava 30 minori, tutti di diversa nazionalità, dando lavoro a 14 operatori). 
Le scuole (primaria, elementare e media) furono attive e multietniche allo stesso modo, così come anche il doposcuola. Sempre nel 2017 fu inaugurata una fattoria didattica dove la gente del luogo lavorava insieme ai migranti allevando animali e coltivando prodotti della terra con metodi equi e sostenibili. Numerosi furono anche gli immigrati impiegati nei bar e nelle panetterie della zona , oltre che nel sistema di raccolta differenziata “porta a porta”.


Elogi al modello e riconoscimenti a Lucano

Il modello ha contrastato lo spopolamento recuperando le case abbandonate e ha salvato i vecchi mestieri e le attività artigianali tramandadoli ai nuovi arrivati.
Il modello è stato studiato e adottato come esempio nell'ambito della crisi dei rifugiati in Europa".
Nel 2016 Lucano viene inserito tra i 50 più importanti leader del mondo (al 40º posto) dalla rivista Fortune. 


L'anno successivo, nel 2017 il sindaco riceve il premio per la Pace Dresda 2017 che assegna l'omonima città tedesca e il Los Angeles Times redigerà un intero articolo sul paese.
Commentando l'inserimento del suo nome nella classifica, Lucano aveva detto: "Siamo 'il paese dell'accoglienza' e questo è arrivato in ogni parte del mondo. Dobbiamo essere orgogliosi".


La fine del modello Riace e l'arresto di Lucano

Il “modello” è stato travolto dall’inchiesta della procura di Locri, denominata “Xenia” e il primo cittadino Lucano è finito agli arresti domiciliari.
L’accusa rivolta a Lucano è di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e affidamento fraudolento diretto del servizio di raccolta dei rifiuti a due cooperative della zona. Per la compagna di Lucano, Tesfahun Lemlem, (indagata per concorso nel reato di immigrazione clandestina) è stato disposto invece il divieto di dimora.
L’indagine contro Lucano e altre 31 persone per presunte irregolarità nella gestione del sistema di accoglienza a Riace era cominciata un anno e mezzo fa e nell’ottobre del 2017 al sindaco calabrese era stato recapitato un avviso di garanzia per truffa aggravata, concussione e abuso d’ufficio. 
Secondo la nota diffusa dalla procura il 2 ottobre, Lucano avrebbe organizzato un matrimonio “di comodo” tra un’immigrata nigeriana e un cittadino italiano. Alla base di questa accusa c’è un’intercettazione telefonica in cui Lucano parla della possibilità che una donna, a cui è stato negato l’asilo tre volte, sia regolarizzata attraverso il matrimonio con un abitante di Riace.