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giovedì 29 febbraio 2024

Le grandi muraglie verdi (I parte): in Africa


La Grande Muraglia Verde è una barriera di alberi lunga quasi ottomila chilometri e larga quindici che attraversa in largo il continente africano, dal Senegal fino all’Oceano Indiano. 
Si tratta di un progetto che attualmente vede coinvolti ben undici Paesi africani e che potrebbe riconvertire circa cento milioni di arido deserto in terreni coltivabili.


Prospettive non solo ambientali ma anche economiche

Nel corso dell’One Planet Summit per la biodiversità, che si è tenuto a Parigi l’11 gennaio 2021, sono stati stanziati circa 14.3 miliardi di dollari al fine di accelerare gli sforzi per ripristinare la terra degradata, salvare la diversità biologica, creare posti di lavoro verdi e rafforzare la resilienza della popolazione saheliana. 
La riforestazione di milioni di ettari, oltre a rappresentare una strategia ecologia imponente, è una grande opportunità economica per molte comunità africane che basano gran parte del proprio sostentamento su aree rurali. 
Nel concreto, infatti, stando ad alcune stime, i milioni di alberi che verrebbero piantati potrebbero catturare circa 250 milioni di tonnellate di carbonio e creare 10 milioni di posti di lavoro “verdi”.


L'obiettivo principale: la lotta alla desertificazione. Ma non solo...

L'obiettivo principale della Grande Muraglia Verde è la lotta alla desertificazione, ovvero all’ampliamento dei deserti esistenti e la formazione, espansione o peggioramento della sterilità e aridità di vaste zone terrestri. 
Inoltre, sotto il profilo economico-produttivo, la trasformazione di terreno fertile in deserto rappresenta un enorme danno per moltissime aziende che si trovano, nel giro di poco tempo, ad operare in regioni inospitali e improduttive. 
Nel 1994 è stata siglata una convenzione internazionale (UNCCD, Convenzione contro la desertificazione) per cercare di contrastare questo preoccupante fenomeno. 
Tale Convenzione definisce la desertificazione come «il degrado delle terre nelle aree aride, semi-aride e sub-umide secche, attribuibile a varie cause, fra le quali variazioni climatiche e attività umane». 
Tra le principali cause della desertificazione, in parte naturali e in parte dovute all’opera dell’uomo, si segnalano: la siccità, gli incendi, la deforestazione, l’urbanizzazione, l’inquinamento, lo sfruttamento agricolo troppo intenso, l’erosione provocata dalle piogge intense, lo sfruttamento eccessivo dei bacini acquiferi superficiali e sotterranei. 
La Grande Muraglia Verde rappresenta un tentativo per arginare e, nel tempo, arrestare quella che è diventata a tutti gli effetti una delle principali piaghe ecologiche del nostro tempo.


Dagli albori del progetto ai tempi nostri


Nel 1952 biologo inglese Richard St. Barbe Baker ipotizzò per la prima volta la necessità di costruire una barriera verde per impedire al deserto del Sahara di estendersi. 
Il pensiero dello studioso era occorreva realizzare una lunga fascia alberata larga 50 km per contenere il deserto, che già negli anni Cinquanta del secolo scorso veniva percepito come una potenziale minaccia ambientale. 
L'idea di Barbe Baker divenne realtà solo nel 2007, ovvero 55 anni dopo la sua iniziale teorizzazione. 
Lanciato dall’Unione Africana, il progetto venne sostenuto fin da subito dall’Onu e finanziato dalla Banca Mondiale e da altre organizzazioni locali e internazionali con un esborso iniziale di circa tre miliardi di dollari
Ad oggi il Sahara è il più grande deserto subtropicale al mondo, con un’estensione di circa nove milioni di chilometri quadrati, in cui vivono 232 milioni di persone. 
La Grande Muraglia Verde si spera sia  completata entro il 2030. Questo è il limite temporale fissato dall’Agenda ONU 2030 per lo sviluppo sostenibile. 
Secondo alcuni report presentati dalla FAO, per arrestare il degrado del suolo è necessario riqualificare dieci milioni di ettari all’anno. 
È un ritmo certamente serrato, ma che sarebbe in grado di modificare in positivo la vita di decine di milioni di persone, oltre che di arrestare una delle più gravi crisi ambientali odierne.

 
Lo stato attuale dei lavori

I lavori di riforestazione inquadrati nella costruzione della Great Green Wall sono iniziati nel 2008. 
Il Senegal, secondo il New York Times, è diventato uno dei Paesi leader del progetto, avendo piantato una quantità notevole di alberi lungo una striscia di più di 530 chilometri, a nord del Paese, per un costo di 6 milioni di dollari.
I paesi coinvolti nel progetto sono: Senegal, Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger, Nigeria, Ciad, Sudan, Etiopia, Eritrea e Gibuti. 
Attualmente è stato piantato circa il 20% della Grande Muraglia Verde: si parla di una striscia lunga circa 530 chilometri. 


Fonti

https://www.geopolitica.info/grande-muraglia-verde-sfida-ecologica-nostro-tempo
https://www.green.it/grande-muraglia-verde-africa/

lunedì 27 novembre 2023

Il divieto di pubblicità della carne nei Paesi Bassi


I Paesi Bassi si affermano come capofila europeo nella rivoluzione contro l'abuso della carne.
Diverse città hanno infatti vietato la pubblicità della carne.

Utrecht è l'ultima città in Olanda ad approvare il divieto di fare pubblicità per la carne e i prodotti derivati: la misura potrebbe diventare nazionale.
In un’iniziativa che riflette la crescente preoccupazione per la salute e l’ambiente, Utrecht è diventata l’ultima città olandese a bandire la pubblicità dei prodotti a base di carne dai propri spazi pubblicitari. La decisione segue un divieto simile adottato l’anno scorso dalla città di Bloemendaal e la discussione in corso in altre aree, tra cui Zwolle, Haarlem, Amsterdam e la provincia di Noord-Holland.


La motivazione

La motivazione fornita dall’amministrazione comunale è duplice. Da una parte c’è l’impatto negativo che l’eccessivo consumo di carne ha sulla salute dei cittadini, dall’altro la necessità di contrastare il cambiamento climatico.

Utrecht ha già dimostrato il suo impegno sociale adottando divieti simili sulla pubblicità dei combustibili fossili per auto in passato. La città ha deciso di estendere la sua visione ecologica includendo la carne tra i prodotti vietati.

La decisione del comune si applica solo ai cartelloni pubblicitari di proprietà delle autorità locale, circa 850 spazi in tutto il territorio cittadino. Questa iniziativa, che riprende quelle di altre città dei Paesi Bassi, potrebbe essere il precursore di una tendenza più ampia verso politiche più restrittive nei confronti di prodotti non sostenibili.


La lotta dei Paesi Bassi alle emissioni degli allevamenti di carne

L’ordinanza si inquadra infatti in un contesto più ampio di cambiamenti nelle politiche europee riguardo all’agricoltura. Il ministro olandese dell’Agricoltura, della Natura e della Qualità del cibo Piet Adema ha recentemente dichiarato che l’Unione Europea non dovrebbe fornire sussidi per la produzione di carne, ma dovrebbe piuttosto concentrarsi su prodotti salutari e che non danneggiano l’ambiente.

Nonostante l’iniziale scetticismo degli allevatori, in realtà, non si sono levate particolari proteste dall’industria della carne. I Paesi Bassi mirano alla conversione della filiera verso prodotti plant based o verso la carne coltivata, da noi chiamata “carne sintetica” e bandita proprio sulla spinta di associazioni di categoria come Coldiretti. Si tratta di un business mondiale da 25 miliardi di dollari.


Sempre meno carne nei Paesi Bassi?

Mentre la Commissione Europea discute sull’allocazione futura dei sussidi all’agricoltura, la situazione olandese potrebbe anticipare un cambio di paradigma nel modo in cui la carne è promossa e consumata in tutta Europa.

La recente diminuzione delle vendite di prodotti a base di carne nei Paesi Bassi, insieme all’incremento del mercato plant based suggerisce che la coscienza ambientale e le preferenze dei consumatori stanno influenzando le abitudini alimentari in modo significativo. Resta da vedere se altri Paesi comunitari seguiranno l’esempio olandese, con la trasformazione dei divieti della carne in una tendenza dell’intero continente.

Il tempo per fermare il cambiamento climatico sta finendo e i numeri sull’utilizzo delle risorse e del suolo per gli allevamenti sono ormai noti a tutti. Una dieta vegana o che preveda meno prodotti di origine alimentare può rappresentare un punto di partenza per limitare l’impatto dell’uomo sul Pianeta, ma un cambio di abitudini prevede anche il supporto alla transizione di piccole e grandi realtà, per evitare la perdita di milioni di posti di lavoro.


Fonte

https://quifinanza.it/economia/carne-bandita-pubblicita-stop-olanda-utrecht/767504/amp/

sabato 25 novembre 2023

Le sette sfide della sostenibilità del cibo, by Sharon Cittone

Sharon Cittone è tra le ospiti eccellenti del Women Economic Forum.
Gli argomenti trattati sono stati relativi a carne coltivata, grani antichi e nuove tecnologie.
Cittone propone 7 grandi sfide del futuro del cibo per un mondo più sostenibile, facendo la premessa che pochi consumatori sono consapevoli che il settore agroalimentari incide per circa un terzo sul cambiamento climatico.


1. La carne coltivata


«La questione più importante per un pianeta con una popolazione in crescita e una richiesta di carne in aumento è quella delle proteine complementari e alternative. E la carne coltivata è una soluzione che solo una politica miope può non vedere», spiega Cittone. 

Va ricordato che la carne sintetica e costituita da proteine sintetiche «lavorate in laboratorio senza aggiunta di antibiotici, quindi il meglio che si possa desiderare».


2. Meno allevamenti intensivi


È la concorrenza degli allevamenti intensivi che va combattuta. Quelli a cui sono destinati i foraggi prodotti sul 60% delle terre coltivabili nel mondo. Tanto è il consumo di suolo destinato a nutrire gli animali allevati in batteria. «Considerate che cosa state mangiando: cercate le immagini di un pollo di 50 anni fa e confrontatelo con il pollo com’è oggi. Scoprirete di nutrirvi con dei polli Schwarzenegger, con enormi pettorali, che del pollo hanno pochissimo.


3. Le eccellenze italiane

La carne coltivata non fa concorrenza alle eccellenze. «Anzi, l’allevatore di razza Chianina o la carne prodotta in malga saranno meglio tutelati, proprio in quanto eccellenze italiane. È giusto spendere di più per mangiare meno carne, se è buona e sana».

Ma gli investimenti sui prodotti italiani devono essere coerenti, rispondere a una visione d’insieme. «Non è possibile pagare un ananas un quarto di una mela trentina: il consumatore può darsi torni a casa contento ma il sistema che gli ha proposto questa scelta è sbagliato».


4. L’agricoltura rigenerativa

«Significa, in parte, tornare alla saggezza dei nostri nonni. In parte, innovare. Il futuro del cibo è nell’agricoltura biologica ma anche rigenerativa: quella che punta a salvaguardare il microbioma, rigenerando il suolo. Solo in questo modo torneremo ad avere arance che sanno di arance, e mele di mele, con le proprietà nutrizionali che oggi presumiamo abbiano ma non hanno più», spiega Cittone.

Bando, dunque, allo sfruttamento intensivo del suolo e alle monoculture destinate agli allevamenti. Un’agricoltura buona e rigenerativa è quella che aumenta la biodiversità delle specie vegetali e di quelle microbiche, che integra gli animali e le piante nell’azienda agricola e che consente anche alla terra di riposare.


5. La biodiversità

Nel corso della storia umana, su circa 30.000 specie di piante commestibili, “solo” 6/7mila sono state coltivate a scopo alimentare. E di queste “solo” 170 su scala commercialmente significativa. Ma oggi dipendiamo fortemente solo da una trentina di queste colture. E più del 40% delle nostre calorie giornaliere provengono da solo tre di quelle 30mila: riso, grano e mais. Il fatto che migliaia di colture siano state trascurate o sottoutilizzate non è solo un peccato per tutti i sapori e i nutrienti che ci stiamo perdendo, ma anche per l’agricoltura stessa. Se sono state “trascurate” è magari perché hanno rese basse o semplicemente non sono stati ben studiate e non sono mai entrati nel mercato globale. Sostenute dalle politiche e dai finanziamenti giusti, potrebbero rinascere.

«L’Italia è, in questo senso, un caso scuola: ha una biodiversità unica. Dai grani antichi alle mele: la varietà di alimenti a disposizione per creare una dieta sana e ricca è enorme», spiega Cittone. Prendiamo i legumi: Slow Food ne ha inclusi 300 a bordo della sua Arca del Gusto, di cui 124 in Italia, e ben 48 legumi in Italia sono Presìdi Slow Food. Oppure le olive: In Italia ci sono oltre 538 varietà di alberi di olivo, che producono olive da olio.


6. La filiera

Tra le sfide del futuro del cibo c’è anche una nuova attenzione alla filiera. «Significa chiedersi e pretendere di sapere da dove viene il cibo che si porta in tavola. Sia la carne coltivata, la bistecca di Chianina, l’ananas o il piatto di pasta. Quando sull’etichetta leggete un’ingrediente che fate fatica a pronunciare, non comprate quel prodotto. Stop», dice Cittone.


7. Lo spreco alimentare

«Lo spreco alimentare lungo tutta la filiera è un altro tema importante, con un impatto esorbitante sul portafoglio e sulla salute», conclude Cittone. «Ma un tema decisivo è anche l’impatto degli imballaggi. Compresi i cosiddetti sacchettini biodegradabili, che biodegrabili non sono affatto. Ogni nostra scelta è decisiva: proviamo allora a pesare la nostra zucchina senza sacchetto e a mettere l’etichetta su quella. Cambiare le cose dal basso è possibile».


Qualcosa in più su Sharon Cittone


Indicata da Forbes tra le donne più potenti al mondo che plasmeranno il futuro del cibo, Ciccone ha lavorato nella comunicazione, per poi decidere - in tempi in cui questi argomenti erano ancora senza voce - di approfondire i temi della sostenibilità e dell’innovazione nell’agroalimentare. 
È impegnata nell’empowerment femminile, è parte - tra le altre cariche - dell’advisory board del World Food Programme Italia, e del Global Chair for Food Innovation del G100, una rete internazionale di più di cinquanta donne leader. «I miei interessi - dice - sono questi: il cibo, la sostenibilità, e le donne.


Fonti

https://www.iodonna.it/benessere/diete-alimentazione/2023/11/20/carne-coltivata-grani-antichi-nuove-tecnologie-il-futuro-del-cibo-secondo-sharon-cittone/

https://www.vanityfair.it/article/sharon-cittone-summit-umbria-edible-planet-16-19-settembre-sostenibilita-sistema-cibo

martedì 21 giugno 2022

L'uomo e il latte (II° parte): un gioco poco sostenibile


L’impatto ambientale degli allevamenti, siano essi destinati alla produzione di formaggi o di carne, è devastante.
Il 74% delle emissioni mondiali è causato dai bovini. Questo è principalmente dovuto all'abbondanza di mucche da latte, ma anche dalla grande quantità di metano e protossido di azoto emessi da tutti gli allevamenti sia intensivi che estensivi.


L'inquinamento causato dai bovini da latte

Una bovina da latte produce 20 tonnellate all'anno di liquame, di cui 80 chili azotati.
In Italia, ogni regione ha un carico massimo di chili all'anno di azoto per ettaro, superato il quale il terreno non riuscirebbe a reggere, col rischio concreto di inquinamento della falda acquifera.
In Emilia Romagna la normativa permette un carico massimo di 340 chili di azoto all'anno per ettaro, quindi non più di quattro bovini per ettaro. Ma il limite si abbassa a 170 chili di azoto nelle zone vulnerabili, cioè con presenza di acquiferi, e negli allevamenti biologici: 2 vacche per ettaro.
Va detto che la componente azotata è utile per fertilizzare il terreno, ma se troppo elevata provoca un inquinamento delle acque con i nitrati (NO3) e dell'aria con l'ammoniaca (NH3), precursore delle polveri sottili (pm10) così insidioso da far impallidire le emissioni da traffico automobilistico.
Per ogni capo tenuto nelle stalle occorre dunque disporre di terreni sufficienti per lo spandimento, in proprietà o in affitto.
E' così che può capitare che le autobotti con letame e liquami non compiano lunghi tragitti, ma sversino più volte in appezzamenti defilati, quei poderi sacrificati per liberarsi dei liquami in eccesso.
Anche i residui farmacologici rappresentano un importante rischio. Negli allevamenti odierni l'uso di antibiotici e ormoni è molto diffuso, per motivi terapeutici ma più spesso per motivi non terapeutici quali profilassi delle malattie e incremento della crescita o della produzione dell'animale. 
Nei paesi sviluppati i farmaci usati nella zootecnia rappresentano una quota elevata del totale nazionale, ad esempio negli USA oltre il 70% degli antibiotici usati sono somministrati agli animali allevati. Una parte sostanziale dei farmaci somministrati non viene assorbita dall'animale e si disperde nelle acque tramite lo scarico dei reflui o l'uso del concime sui terreni. 
La contaminazione delle acque con agenti antimicrobici provoca un antibiotico-resistenza nei batteri, mentre la presenza di sostanze ormonali disciolte può avere effetti sulle colture e può provocare alterazioni del sistema endocrino negli esseri umani e negli animali selvatici.


Il dispendio di cibo e acqua

In estate, una mucca da latte mangia circa 70 kg di erba al giorno. In inverno mangia invece fieno, foraggio insilato e 2–3 kg di alimenti complementari. Quotidianamente, una mucca beve dai 50 agli 80 litri d'acqua.
Inoltre l'alimentazione delle mucche consiste quasi sempre nell'uso di mangimi quali cereali e leguminose, che potrebbero invece essere utilizzati direttamente dall'uomo per il suo sostentamento.
Per produrre un litro di latte occorrono 1020 litri di acqua per kg. Il paragone può essere fatto con le specie vegetali: per un chilogrammo di riso, la coltura a più alta richiesta idrica, occorrono 2500 litri di acqua; per un chilo di soia ne bastano 2145, 1827 per un chilo di grano, 1220 per un chilo di mais e 290 per un chilo di patate.


Qualche dato per capire quanto l'allevamento (non solo di vacche da latte) sia impattante sul nostro pianeta

Secondo la FAO, «il settore dell'allevamento rappresenta, a livello mondiale, il maggiore fattore d'uso antropico delle terre»: direttamente e indirettamente, la moderna zootecnica complessivamente utilizza il 30% dell'intera superficie terrestre non ricoperta dai ghiacci e il 70% di tutte le terre agricole. Secondo l'International Livestock Research Institute (ILRI) occupa il 45% delle terre emerse del pianeta. Per lo più le terre vengono usate per il pascolo degli animali: quasi il 29% della superficie degli Stati Uniti, oltre il 40% del territorio della Cina (più di 4 milioni di chilometri quadrati) e più del 50% della regione orientale del continente africano, sono occupati da pascoli. 
La produttività dei prati a pascolo è molto variabile: un ettaro di prateria molto ricca può sostenere un manzo per un anno, ma possono essere necessari anche 20 ettari se si tratta di prateria marginale. Un altro importante fattore d'uso delle terre è la produzione di mangime: il 33% delle terre arabili del pianeta è usato a tale scopo.
Inoltre l'allevamento prevede, per la sua realizzazione, la deforestazione. Si pensi alla foresta Amazzonica, che col tempo si sta riducendo sempre più, per l'espandersi degli allevamenti intensivi.
Ultimo fattore da considerare, ma non per importanza, è la degradazione del suolo: la continua pressione dello zoccolo provoca compattamento del terreno, mentre l'estirpazione della vegetazione effettuata dall'animale per nutrirsi provoca impoverimento della flora. Il compattamento del terreno diminuisce la capacità della terra di trattenere acqua e di rigenerarsi, mentre l'impoverimento della flora compromette la resistenza del suolo non più trattenuta dalle radici e riduce funzioni essenziali svolte dai sistemi vegetali quali l'assorbimento dell'acqua e il riciclo degli elementi nutritivi: la terra finisce così per essere sempre più esposta all'erosione del vento e dell'acqua e destinata all'isterilimento agricolo.


L'allevamento globale e i gas serra

Secondo il rapporto della FAO, nonostante l'allevamento di animali contribuisca solo limitatamente alla produzione di anidride carbonica (CO2) (il principale gas a effetto serra prodotto dall'uomo) con un 9% del totale, è tuttavia responsabile di alte emissioni di altri importanti gas serra: il 35-40% delle emissioni di metano, che ha un effetto 23 volte superiore a quello dell'anidride carbonica come fattore di riscaldamento del globo, il 65% delle emissioni di ossido di diazoto, un gas che è 296 volte più dannoso della CO2, e il 64% delle emissioni di ammoniaca, un gas che contribuisce significativamente alle piogge acide e all'acidificazione degli ecosistemi, sono prodotti infatti dal settore zootecnico. Sempre secondo la FAO, nella quota calcolata del 18% di emissioni di gas serra attribuite al settore zootecnico, il contributo maggiore proviene dagli allevamenti estensivi (13%), mentre una quota più ridotta (5%) è attribuibile ai sistemi intensivi.
È stato stimato che in sistemi CAFO (Confined Animal Feeding Operations) (sistemi di allevamento intensivo a ridotte emissioni di gas serra) la produzione di 225 g di carne di manzo produce emissioni CO2 equivalenti pari a quelle generate da un viaggio in auto di 15,8 km, 4,1 km per la stessa quantità di carne di maiale e 1,17 km per la stessa quantità di carne di pollo, mentre 225 g di asparagi (tra i vegetali a più alto impatto nella produzione di gas serra) corrispondono a guidare un'auto per 440 metri e 225 g di patate corrispondono a guidare un'auto per 300 metri. Secondo calcoli della FAO la produzione di un solo chilo di latte comporta una emissione di 2,4 kg di CO2 equivalenti. Un altro studio ha stimato che la produzione di un chilogrammo di manzo causa una emissione di gas serra e altri inquinanti maggiore di quella che si ottiene guidando un'auto per tre ore e lasciando nel frattempo accese tutte le luci di casa.

lunedì 22 settembre 2014

Vivere in altri modi si può: la Comune di Bagnaia


La Comune di Bagnaia nasce nel 1979, con l'idea di sperimentare nel quotidiano la condivisione delle risorse umane ed economiche e una vita di gruppo che preveda la comprensione, il rispetto reciproco e la collaborazione. 
Si basa sul principio di equità dei diritti e dei doveri.


Economia e metodo del consenso

La proprietà è collettiva ed indivisa. 
Dal 2001 è stata costituita un'associazione Onlus come riconoscimento legale della comune. Il gruppo è composto da una ventina di persone di età diverse.
I comunitardi si riuniscono ogni settimana e prendono le decisioni con il metodo del consenso.
Sono condivisi momenti di confronto, la quotidianità e non mancano certo occasioni di festa e allegria.
Ogni partecipante sceglie il proprio lavoro, che può essere collocato sia all'interno (artigianale o agricolo) sia all'esterno, a seconda dei propri desideri e delle proprie competenze.
La struttura abitativa e aziendale è situata ai margini di un piccolo borgo in collina, a 12 km da Siena, per c'è la possibilità sia di godere della quiete della campagna che di partecipare alla vita del paese e della città.
I componenti della comune si impegnano in attività: sociali, politiche, ambientali, pacifiste e promuovono iniziative artistiche e culturali aperte agli amici e vicini.
L' abitazione è un antico fabbricato rurale in parte ristrutturato per le particolari esigenze della comune. Ogni membro ha la sua camera, mentre gli altri spazi sono collettivi.


L'attività agricola

L' azienda agricola è gestita legalmente dalla Cooperativa La comune di Bagnaia, che dal 1990 si impegna a seguire la normativa e le tecniche dell' agricoltura biologica. Comprende 50 ha di bosco ceduo, da cui si ricava legna da ardere e 30 ha di coltivato a olivi, vigneto, cereali, orto e foraggi. 
Si allevano mucche da latte e vitelli, maiali, animali da cortile e api. 
Molti prodotti vengono direttamente consumati dalla comune, i restanti vengono venduti a vicini e amici.
La Comune di Bagnaia fa parte di varie associazioni, fra cui: RIVE (Rete Italiana dei Villaggi Ecologici); GEN-Europa (Global Ecovillage Network); AIAB (Associazione Italiana Agricoltura Biologica); WWOOF (Willing Workers On Organic Farms).
Inoltre essa ospita persone interessate alla vita comunitaria o all'agricoltura biologica, in cambio di aiuto nei lavori.


Principi ispiratori

I componenti della Comune di Bagnaia si ispirano, per quanto riguarda la propria vita e attività, ai seguenti principi e orientamenti:
1) Tutte le risorse de "La Comune di Bagnaia" sono a disposizione dei membri. 
Al momento dell'ammissione il socio potrà conferire tutti i suoi beni alla Comune, mentre avra' il diritto di usufruire di tutti i servizi.
2) In ogni momento della sua vita, la Comune rifiuta qualsiasi forma di autoritarismo, mentre ricerca la partecipazione costante dei membri. L'Assemblea è quindi l'unico organo deliberativo.
3) Negli impegni e responsabilità domestiche e lavorative "La Comune di Bagnaia" cerca di raggiungere una effettiva parità tra uomo e donna.
4) Riconoscendo come la nostra epoca sia sempre più identificabile come l'epoca del consumismo e dell'uso irrazionale delle risorse, La Comune di Bagnaia, si organizza secondo una linea di sviluppo antagonista a questa tendenza, affermando che:
a) l'organizzazione collettiva permette una migliore e più razionale utilizzazione delle risorse;
b) verranno praticate forme di agricoltura che si integrino il più possibile con l'ambiente;
c) l'attività agricola verrà diversificata per tendere sempre più all'autosufficienza;
d) verrà evitato l'acquisto di beni ritenuti superflui o di lusso.
5) Restituendo all'agricoltura il suo vero valore come attività primaria dell'uomo, la Comune di Bagnaia si impegna a tutelarla, sostenerla e svilupparla.
6) E' riconosciuto a ogni membro il diritto di scegliere l'attività lavorativa in cui si senta più realizzato, compatibilmente con le esigenze economiche generali.
7) Ogni membro deve essere responsabile partecipe della vita domestica, contribuendo ai servizi e alle attività produttive del gruppo e dando secondo le proprie energie e capacità.
8) La vita in comune è intesa anche come momento di ricerca di forme nuove di relazioni, al di là della famiglia mononucleare, per quanto riguarda i rapporti affettivi, quelli economici e le responsabilità da parte di tutti i membri nei confronti dei figli. In particolare ogni membro dovrà dichiarare la sua disponibilità ad una sempre migliore partecipazione alla crescita ed alla educazione dei figli.
9) La Comune di Bagnaia è aperta ad un numero illimitato di soci; inoltre essa ricerca tutte le occasioni possibili di incontro e confronto ed è perciò disponibile a varie forme di ospitalità, che possono concludersi con una richiesta di entrata a pieno titolo.
10) I rapporti tra le persone si intendono basati sul rispetto, la tolleranza, la solidarietà, l'affetto, l'amicizia, la fiducia e la sincerità.
11) A tutti i membri è richiesta la partecipazione a momenti della vita quotidiana della Comune, sebbene siano accettate forme di convivenza non totale.


Bagnaia all'avanguardia ecologica

All'interno della Comune si possono trovare pannelli solari per l'acqua calda. 
Il riscaldamento è unicamente a legna (ricavata dal bosco di proprietà). 
Le acque dei tetti sono raccolte in un laghetto artificiale, per l'irrigazione degli orti. In esso è "pompata" anche l'acqua di una sorgente interna alla proprietà (sempre sfruttando l'energia di un pannello solare).
E' stato sperimentato l'uso dei compost toilet, anche se al momento la struttura non ne fa un uso abituale.
Tutte le strutture sono state ristrutturati con i criteri della bioedilizia ed è presente una piccola struttura realizzata in paglia e terra.
C'è un progetto di fitodepurazione, di prossima realizzazione.

giovedì 28 marzo 2013

L'uomo e il cibo (III parte): siamo quello che scegliamo di mangiare


Noi siamo quanto mangiamo e quello che mangiamo.
In più, con l'avvento della meccanizzazione e dell'industrializzazione, con la conseguente  diminuzione dei prezzi e il conseguente aumento di quantità dei prodotti, siamo quello che scegliamo di mangiare.

Scelta che un tempo era a monte del consumo, e riguardava quali piante mettere nell'orto, quali alberi innestare nel frutteto, quali animali allevare per avere carne, latte e uova; poco riguardava cosa mangiare. Si mangiava quel che c'era, a seconda della stagione e dell'annata più o meno favorevole.

Ai tempi nostri la scelta riguarda il consumo, cioè cosa e quanto mangiare, poichè il passaggio si è trasferito da produttori a consumatori puri.
Questa avviene tra le corsie di un supermercato e di un negozio (tra scaffali più o meno pieni e tra frigo e freezer forniti di cibo di ogni provenienza e ogni conservazione), o tra l'elenco di una lista (più o meno lunga) se non si ha tempo o la possibilità di cucinare e si mangia in un fast-food o in un ristorante.

L'era del petrolio ha modificato molto le quantità a disposizione e il tipo di alimenti presenti sul (nuovo) Mercato alimentare, nonché il prezzo di questi.
La meccanizzazione, le monocolture e i fertilizzanti-antiparassitari, hanno permesso l'invasione a basso prezzo dei cereali, della carne, dei derivati animali (formaggio, uova) e del pesce, in passato un lusso e ora normalità a tavola.
Il tutto di fronte alla comparsa di nuovi problemi ambientali ed ecologici: perdita di fertilità dei terreni (con conseguente aumento della desertificazione), inquinamento in atmosfera causa allevamento e nel suolo causa fertilizzanti, diminuzione del livello delle falde idriche causa allevamenti e coltivazioni assetati,...

Fatto sta che l'occidentale è passato da scegliere cosa mangiare tra una patata e un broccolo d'inverno o tra un pomodoro e un peperone d'estate (chiaramente con in più pane e dolci tipici una tantum), a scegliere tra un'infinità di prodotti, confezionati o freschi, di stagione o fuori, del proprio paese o dell'altro continente.
Scelta che, nel mutarsi di contesto, è diventata spesso quella del frigo pieno, della ricerca dell'abbinamento tra sapori perfetto, del primo piatto ancora pieno gettato nella spazzatura.
Scelta che spesso si è auto-rinnegata come significato, vale a dire è diventata un non scegliere, cioè un avere a disposizione il più possibile e poter mangiare a piacimento tra questo.

Il ciclo della natura vuole però la sua parte. 
Non si può aver tutto, a meno di non pagarlo caro (e non si parla solo di soldoni).
I problemi ecologici e quelli etici-morali (circa gli allevamenti intensivi e il trattamento riservato agli animali, con la conseguente deriva del rapporto tra allevatore e animale allevato) nati dall'evoluzione del Mercato alimentare, si fanno sempre più spazio nelle menti e nel cuore dei cittadini del frigo sempre pieno.
Nuovi interrogativi irrompono nella lotta "aver tutto-ma a che prezzo".
E allora: meglio tradizionale (cioè intensivo) o bio? Meglio globale o locale? 
Per poi arrivare al: meglio onnivoro o vegetariano? Meglio vegetariano o vegan? Meglio vegan o crudista (o fruttariano)?

Interrogativi che portano inevitabilmente a nuove scelte.
Scelte riguardanti la critica del modello del presente o la voglia di un futuro meno inquinante e più sostenibile, o più giusto (per i diritti degli animali); o ancora scelte per cercare di pesare meno come impronta ecologica o come impatto ambientale.
Scelte che inevitabilmente passano da una riflessione sul presente e da una speranza per il futuro.
E nuove scelte che spesso portano alla modifica delle proprie abitudini alimentari e all'influenza verso quelle degli altri e dell'economia alimentare.
Scelte che comunque sia sono un diritto e, di fronte a una realtà che non va come la si vorrebbe, un obbligo.

mercoledì 27 marzo 2013

L'uomo e il cibo (II parte): siamo quello che mangiamo


Oltre a quanto mangiamo, noi siamo quello che mangiamo.
Il cibo non è solo energia per vivere e carburante della vita; è molto di più, è lo specchio della società. 

Dando uno sguardo alla storia si può notare la correlazione tra cibo e società, nonché tra cibo e individui della società.

I nostri avi più lontani erano raccoglitori (di frutta selvatica, bacche e funghi) e cacciatori. 
Il cibo che avevano a disposizione e che la natura offriva loro nei boschi e nei campi variava a seconda del luogo e delle stagioni, ma era sempre in quantità incostante e spesso misero. Era consumato crudo, era quindi molto nutriente e nulla di questo veniva sprecato. Le scorte erano poche (quasi nulle) e la vita molto alla giornata. I gruppi di individui (tribù) erano per giunta nomadi e si spostavano in base alla presenza o all'assenza del cibo. L'obbiettivo principe era la sopravvivenza e la lotta alla fame il comandamento principale. 
La società era (come il suo cibo) selvatica, abituata alla lotta per vivere giorno dopo giorno, senza vizi e senza sprechi di risorse, con individui dal fisico asciutto e scattante, agile e pronto a cogliere l'attimo.

L'agricoltura, l'allevamento, l'uso dei metalli e del fuoco sono poi stati i principali elementi per il passaggio dal nomadismo allo stazionarismo e hanno visto la prima comparsa di scorte importante (in rapporto al periodo storico, al luogo e all'evoluzione delle tecniche). 
Grazie alla maggior disponibilità di cibo, dovuta alla creazione di sempre migliori strumenti di lavoro, alla maggior conoscenza dei processi produttivi e al perfezionamento dei metodi di  conservazione, la società si è potuta concentrare anche su altre attività non legate alla sola ricerca e produzione di cibo. Le tribù sono diventate dapprima villaggi stabili, e poi (con il miglioramento delle tecniche costruttive), paesi e città. Sono comparsi i "lavori", le attività ricreative, le feste e, ahimé, i primi vizi. 
La società di questo periodo rimane comunque legata alla non elevata quantità di cibo disponibile, al legame imprescindibile con l'ambiente naturale e quindi con l'avvicendarsi delle stagioni, con l'influenza del tempo, con l'abitudine a carestie. 
Questa società era estremamente naturale, con qualche vizio e con pochi sprechi di risorse, 
con individui meno agili dei precedenti ma più forti e robusti.

L'evoluzione e la consacrazione dei quattro elementi nuovi della precedente società (agricoltura, allevamento e uso dei metalli e del fuoco), accompagnata dall'arrivo dell'industrializzazione e della meccanizzazione (e dell'inizio dello sfruttamento dei combustibili fossili) ci porta alla società appena precedente all'attuale. 
L'aumento della resa dei processi agricoli (con l'introduzione dei primi concimi chimici) e il miglioramento dei metodi di conservazione hanno reso maggiori sia le quantità di cibo a disposizione che le scorte per il futuro. La società ha a questo punto potuto dedicarsi ad altro rispetto alla sola produzione del cibo. Le città si sono espanse, nuovi lavori sono nati, la campagna è stata gradualmente abbandonata come luogo di residenza. Accanto a questo sono nati nuovi vizi e per la prima volta il concetto di spreco di risorse fa la comparsa.
La società appena precedente alla nostra rimane legata alla terra (e all'agricoltura e all'allevamento) ma in maniera minore della precedente. 
(Proprio come il suo cibo) E' meno naturale, con individui meno sani, meno forti e più pesanti, più abituati a fabbriche e catene di montaggio, più inquinati, più propensi al vizio e allo spreco di risorse.

L'ultima società, cioè l'attuale, è la società della consacrazione dell'industrializzazione e della meccanizzazione e della loro espansione definitiva a tutti i settori. E' l'era del petrolio, dell'uso pesante di fertilizzanti e anti-parassitari in agricoltura e di ormoni della crescita e antibiotici nell'allevamento; è l'era delle rese incredibili, dell'abbondanza del cibo, della tecnologia massima per conservarlo. E' l'era dei mille lavori, delle città immense, del commercio esasperato (non solo del cibo), nonché dei vizi e degli sprechi.
La società odierna ha poco di naturale. E' anzi fortemente inquinata, con individui in sovrappeso, poco in forma, abituati ad aver il superfluo e pieni di vizi.

Un tempo si mangiava selvatico e i nostri predecessori erano agili e scattanti. Ora si mangiano i prodotti del petrolio e siamo depressi e inquinati, obesi e pieni di intolleranze.
Noi siamo quello che mangiamo. Meglio non dimenticarselo mai.

martedì 26 marzo 2013

L'uomo e il cibo (I parte): siamo quanto mangiamo



Se solo un attimo riuscissimo a fermarci ed analizzarci, o addirittura a vederci da fuori con gli occhi di un estraneo, riusciremmo a capire di più sul nostro rapporto col cibo.

Il cibo è molto nella nostra vita. Il cibo è molto della nostra vita.
Il cibo ci rappresenta, ci caratterizza, come persone e come comunità.
La quantità di cibo che consumiamo, in egual modo, dice molto su di noi e sulla comunità di cui facciamo parte.

Il Mercato (con la sua alleata pubblicità) ci vuole mangiatori mai sazi. Ci vuole obesi, mai disposti a rinunciare.
Ci vuole poco lucidi, guidati dall'appetito divorante, assuefatti da cioccolato e patatine fritte.
Ci vuole sopperire alle insoddisfazioni di una vita da macchine abbuffandoci di take away e pizza surgelata maxi, fumante in dieci minuti.
Ci vuole fare la lotta al supermercato per la quantità maggiore al prezzo minore, per lo sconto super, per la promozione della settimana. 
Senza farci chiedere nulla di più. Nulla su cosa voglia dire tutto ciò, su cosa finisce nel carrello, su quanto finisce nel carrello.

La società si adegua e si plasma al Mercato. 
E allora si mangia (anche se si pieni) e si beve, tutti insieme, per un'ultima (ma solo sulla carta) ricerca di piacere a cui non si riesce a rinunciare; a questa ne segue un'altra, e poi un'altra ancora. 
Antipasto, primo, secondo, dolce, frutta, dessert, digestivo. Una ruota che nelle feste (che dovrebbero rappresentare la vita, nonché il suo elogio e la sua consacrazione, quali matrimoni, nascite, compleanni, ricorrenze) viene esaltata e allargata a tutti, in un macabro rituale di abbondanza a dispetto di tutto e tutti (tanto poi il fisico si rimette in ordine, con corsa e cyclette).
Si assiste al trionfo della cultura della ricerca della soddisfazione del piacere (individuale e collettivo), che scombussola i reali bisogni (del mangiare per sopravvivere) e che intacca il rapporto con il cibo stesso.
La frase "e c'è gente che muore di fame" diventa lontanissima, quasi patetica.

Di contro, la lotta al fuoco del Mercato sembra impotente. Devastante nel suo essere senza voce di fronte alla differenza di livelli di forza. 
Il senso di colpa di fronte alla panza e alle cosce lievitanti diventa un continuo compagno-nemico, amato e odiato (perchè compreso nel pacchetto) e respinto a colpi di cheeseburger e coca.
E accanto all'appetito continuo e alla rincorsa per sedarlo, tipico della "nuova" società occidentale liberale, accompagnato dal trionfo di fitness per rimettersi in forma e di libri di ricette per creare piatti sempre più elaborati, si assiste alla decadenza della cultura e del rispetto verso e per il cibo.
Cadute morali che si devono confrontare, per di più, con la fame del resto della popolazione mondiale e con le ripercussioni ecologiche che gli abusi alimentari del Nord hanno sul Pianeta. 

D'altronde, pensando un secondo, è chiaro che le quantità alimentari di cibo mangiato incidano su quelle disponibili agli altri.
Se io mangio di più il mio amico ha di meno (anche se con grandi quantità a disposizione la questione non è un vero "problema"); figuriamoci se un popolo mangia di più in un sistema globale ove può accedere alle risorse degli altri (occorre solo avere i soldi per comprarle). La torta globale è una sola. Fetta doppia di qua, fetta a metà di la.
Ed è chiaro che incidono anche sul Pianeta e sugli ecosistemi che lo compongono. Il Mercato internazionale fa circolare ovunque le sue merci: ananas africani si mischiano a riso cinese, a salsa di soia giapponese e a manzo sudamericano. Ognuno dei seguenti cibi è il prodotto di un ciclo che spesso si ignora (o si fa finta di ignorare) e che spesso distrugge e schiavizza popoli e ambienti (si pensi solo alle monocolture africane di arachidi, a quelle sud americane di soia, a quelle asiatiche di riso, a quelle nord americane di mais, a quelle europee di barbabietole da zucchero e di frumento).

Forse solo pensando così per un minuto (e non per un solo secondo), e poi un'ora, un giorno, una vita, la visuale e il conseguente approcio verso la quantità di cibo da mangiare possono cambiare.
Questa può rivelarsi molto più importante di un semplice legame con la soddisfazione del desiderio.
Mangiar bene, mangiar sano, ma soprattutto mangiar in giusta quantità, possono tornare a essere i nuovi obbiettivi, con una visione più orientata al nostro benessere e meno alla ricerca della soddisfazione dell'ultimo sapore.
La classica preghiera pre-pranzo può trasformarsi nella scelta consapevole di quanto mangiare, in contrapposizione alla visione egoistica di alzarsi da tavola con il pancione pieno da scoppiare (con nel pacchetto una nottata a cercare di digerire).
Certo, scelta consapevole e nuove abitudini (maggior ponderazione di dolci, grassi e fritti) possono diventare impegnativi e difficili da attuare nel presente (pensare che sarebbe bello cambiare è un conto, farlo è un altro), ma che possono consegnare nuovi orizzonti, di benessere sia fisico che mentale.

Il discorso è sempre la stesso. 
Fermarsi e pensare. 
Pensare se è giusto riversare le insoddisfazioni della propria vita nel cibo. E se si vuol vivere per mangiare o se si vuol mangiare per vivere.
E che non ci siamo solo noi, che non c'è solo il nostro popolo e che c'è un solo pianeta (sembra demagogia, ma se si pensa da dove arrivano parte dei cibi che consumiamo diventa realtà). 
Che cambiare (le abitudini sbagliate e tutto ciò che non dà salute) si può e si deve. 
Che solo cambiando (nel caso tornando a mangiare il giusto) si può mettere la base per un futuro migliore.

lunedì 25 marzo 2013

Colin Beavan, il No Impact Man



Colin Beavan (in foto con la famiglia) è uno scrittore americano, nonché attivista ecologista, diventato famoso per l'aver vissuto un anno (nel 2007) a impatto zero. 
L'impresa è stata trasmessa durante tutto l'anno sul blog personale e ha riguardato tutta la famiglia Beavan, composta dalla moglie Michelle, la piccola figlia Isabelle e la cagnetta Frankie.
Alla fine dell'esperienza sono stati pubblicati il libro Un anno a impatto zero e il dvd con scene "live" dell'anno trascorso.

Il primo stadio che Colin ha affrontato è stato abolire i rifiuti. Le mosse escogitate per ovviare al problema sono state l'acquisto di cibo senza confezioni e imballaggi (e portato a casa con le proprie borse non usa e getta) al mercato locale o nei negozi biologici, il bere il caffè al bar o in ufficio portando con sè il proprio bicchiere, il non acquisto di cibo take away, la sostituzione dei pannolini della piccola Michelle con quelli in stoffa, il compostaggio domestico, lo stop all'utilizzo (e all'acquisto) delle lame usa e getta e delle penne in plastica.
Il secondo capitolo ha riguardato i trasporti. Colin ha viaggiato per un anno a piedi e in bici per le strada di New York, Michelle in monopattino, Isabelle sulle spalle di Colin e Frankie sulle sue zampe. Insomma niente metro, niente treno, niente ascensore e assolutamente niente aereo.
Per un anno (o quasi visto che questo è partito qualche mese dopo l'inizio del progetto) la famiglia Beavan non ha fatto acquisti di oggetti nuovi, ma solo dei negozietti dell'usato o dei mercatini delle pulci. Anche il risciò, ultimo mezzo di trasporto della famiglia è stato fatto costruire da Colin con soli pezzo usati.
Col passare del tempo il cibo a km 0, o meglio nel raggio di 400 km da casa Beavan, è diventato il cibo di casa e ha sostituito quello precedente all'inizio dell'avventura. Cibi di stagione e del mercato locale, farina e formaggio (carne esclusa causa l'impatto noto ambientale nelle emissione di gas serra) acquistati direttamente dal contadino; il tutto rigorosamente bio.
Il capitolo energia ha visto dapprima l'abolizione di tv, lavatrice e lavastoviglie, poi l'acquisto di un pannello solare (messo "abusivamente" sul tetto del palazzo) per alimentare il pc di Colin e qualche lampada e infine lo staccamento totale dall'energia elettrica (poichè su rete di New York che non produce energia da rinnovabili). L'uso di candele a cera d'ape e di vasi con acqua ove mantenere per qualche giorno le verdure hanno coronato l'avventura energetica, "tra le più dure", come citato da Colin.
Nel corso dell'anno Colin ha imparato a cucinare e fare il pane, lavarsi denti e capelli con il solo bicarbonato, fare il detersivo per i piatti e per il lavaggio dei vestiti e il sapone.

Durante l'esperienza Colin e Michelle sono andati regolarmente al lavoro, Isabelle all'asilo e Frankie a passeggio. I ritmi sono stati modificati per il nuovo progetto e la routine si è adattata, così come i tempi liberi e le fatiche.
Colin afferma di aver riscoperto il valore tempo libero (prima carente o poco piacevole, vero paradosso questo!), di esser tornato in forma fisicamente, di aver riscoperto i panorami dimenticati di New York, nonchè i sapori del cibarsi sano.
Michelle si è disintossicata dalle manie di acquisto compulsivo, ha perso i chili in più, e come Colin si è goduta maggiormente Isabelle, il tempo libero, la lettura.
E' stato un anno duro per la famiglia Beavan, ma con più pro che contro.

Colin, che durante l'anno si è iscritto in associazioni di volontariato ambientale locale ha partecipato a campagne per la raccolta dei rifiuti nel fiume Hudson di New York e per reinserimento sulle sponde di questo di molluschi per il controllo dell'inquinamento, gestisce il sito internet http://www.noimpactman.com, e la community on line di invito alla partecipazione attiva http://noimpactcommunity.org, ove invita chiunque a provare per una settimana a eliminare il proprio impatto ambientale.
Per ulteriori informazioni il suo sito personale è http://www.colinbeavan.com.