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lunedì 27 novembre 2023

Il divieto di pubblicità della carne nei Paesi Bassi


I Paesi Bassi si affermano come capofila europeo nella rivoluzione contro l'abuso della carne.
Diverse città hanno infatti vietato la pubblicità della carne.

Utrecht è l'ultima città in Olanda ad approvare il divieto di fare pubblicità per la carne e i prodotti derivati: la misura potrebbe diventare nazionale.
In un’iniziativa che riflette la crescente preoccupazione per la salute e l’ambiente, Utrecht è diventata l’ultima città olandese a bandire la pubblicità dei prodotti a base di carne dai propri spazi pubblicitari. La decisione segue un divieto simile adottato l’anno scorso dalla città di Bloemendaal e la discussione in corso in altre aree, tra cui Zwolle, Haarlem, Amsterdam e la provincia di Noord-Holland.


La motivazione

La motivazione fornita dall’amministrazione comunale è duplice. Da una parte c’è l’impatto negativo che l’eccessivo consumo di carne ha sulla salute dei cittadini, dall’altro la necessità di contrastare il cambiamento climatico.

Utrecht ha già dimostrato il suo impegno sociale adottando divieti simili sulla pubblicità dei combustibili fossili per auto in passato. La città ha deciso di estendere la sua visione ecologica includendo la carne tra i prodotti vietati.

La decisione del comune si applica solo ai cartelloni pubblicitari di proprietà delle autorità locale, circa 850 spazi in tutto il territorio cittadino. Questa iniziativa, che riprende quelle di altre città dei Paesi Bassi, potrebbe essere il precursore di una tendenza più ampia verso politiche più restrittive nei confronti di prodotti non sostenibili.


La lotta dei Paesi Bassi alle emissioni degli allevamenti di carne

L’ordinanza si inquadra infatti in un contesto più ampio di cambiamenti nelle politiche europee riguardo all’agricoltura. Il ministro olandese dell’Agricoltura, della Natura e della Qualità del cibo Piet Adema ha recentemente dichiarato che l’Unione Europea non dovrebbe fornire sussidi per la produzione di carne, ma dovrebbe piuttosto concentrarsi su prodotti salutari e che non danneggiano l’ambiente.

Nonostante l’iniziale scetticismo degli allevatori, in realtà, non si sono levate particolari proteste dall’industria della carne. I Paesi Bassi mirano alla conversione della filiera verso prodotti plant based o verso la carne coltivata, da noi chiamata “carne sintetica” e bandita proprio sulla spinta di associazioni di categoria come Coldiretti. Si tratta di un business mondiale da 25 miliardi di dollari.


Sempre meno carne nei Paesi Bassi?

Mentre la Commissione Europea discute sull’allocazione futura dei sussidi all’agricoltura, la situazione olandese potrebbe anticipare un cambio di paradigma nel modo in cui la carne è promossa e consumata in tutta Europa.

La recente diminuzione delle vendite di prodotti a base di carne nei Paesi Bassi, insieme all’incremento del mercato plant based suggerisce che la coscienza ambientale e le preferenze dei consumatori stanno influenzando le abitudini alimentari in modo significativo. Resta da vedere se altri Paesi comunitari seguiranno l’esempio olandese, con la trasformazione dei divieti della carne in una tendenza dell’intero continente.

Il tempo per fermare il cambiamento climatico sta finendo e i numeri sull’utilizzo delle risorse e del suolo per gli allevamenti sono ormai noti a tutti. Una dieta vegana o che preveda meno prodotti di origine alimentare può rappresentare un punto di partenza per limitare l’impatto dell’uomo sul Pianeta, ma un cambio di abitudini prevede anche il supporto alla transizione di piccole e grandi realtà, per evitare la perdita di milioni di posti di lavoro.


Fonte

https://quifinanza.it/economia/carne-bandita-pubblicita-stop-olanda-utrecht/767504/amp/

sabato 25 novembre 2023

Le sette sfide della sostenibilità del cibo, by Sharon Cittone

Sharon Cittone è tra le ospiti eccellenti del Women Economic Forum.
Gli argomenti trattati sono stati relativi a carne coltivata, grani antichi e nuove tecnologie.
Cittone propone 7 grandi sfide del futuro del cibo per un mondo più sostenibile, facendo la premessa che pochi consumatori sono consapevoli che il settore agroalimentari incide per circa un terzo sul cambiamento climatico.


1. La carne coltivata


«La questione più importante per un pianeta con una popolazione in crescita e una richiesta di carne in aumento è quella delle proteine complementari e alternative. E la carne coltivata è una soluzione che solo una politica miope può non vedere», spiega Cittone. 

Va ricordato che la carne sintetica e costituita da proteine sintetiche «lavorate in laboratorio senza aggiunta di antibiotici, quindi il meglio che si possa desiderare».


2. Meno allevamenti intensivi


È la concorrenza degli allevamenti intensivi che va combattuta. Quelli a cui sono destinati i foraggi prodotti sul 60% delle terre coltivabili nel mondo. Tanto è il consumo di suolo destinato a nutrire gli animali allevati in batteria. «Considerate che cosa state mangiando: cercate le immagini di un pollo di 50 anni fa e confrontatelo con il pollo com’è oggi. Scoprirete di nutrirvi con dei polli Schwarzenegger, con enormi pettorali, che del pollo hanno pochissimo.


3. Le eccellenze italiane

La carne coltivata non fa concorrenza alle eccellenze. «Anzi, l’allevatore di razza Chianina o la carne prodotta in malga saranno meglio tutelati, proprio in quanto eccellenze italiane. È giusto spendere di più per mangiare meno carne, se è buona e sana».

Ma gli investimenti sui prodotti italiani devono essere coerenti, rispondere a una visione d’insieme. «Non è possibile pagare un ananas un quarto di una mela trentina: il consumatore può darsi torni a casa contento ma il sistema che gli ha proposto questa scelta è sbagliato».


4. L’agricoltura rigenerativa

«Significa, in parte, tornare alla saggezza dei nostri nonni. In parte, innovare. Il futuro del cibo è nell’agricoltura biologica ma anche rigenerativa: quella che punta a salvaguardare il microbioma, rigenerando il suolo. Solo in questo modo torneremo ad avere arance che sanno di arance, e mele di mele, con le proprietà nutrizionali che oggi presumiamo abbiano ma non hanno più», spiega Cittone.

Bando, dunque, allo sfruttamento intensivo del suolo e alle monoculture destinate agli allevamenti. Un’agricoltura buona e rigenerativa è quella che aumenta la biodiversità delle specie vegetali e di quelle microbiche, che integra gli animali e le piante nell’azienda agricola e che consente anche alla terra di riposare.


5. La biodiversità

Nel corso della storia umana, su circa 30.000 specie di piante commestibili, “solo” 6/7mila sono state coltivate a scopo alimentare. E di queste “solo” 170 su scala commercialmente significativa. Ma oggi dipendiamo fortemente solo da una trentina di queste colture. E più del 40% delle nostre calorie giornaliere provengono da solo tre di quelle 30mila: riso, grano e mais. Il fatto che migliaia di colture siano state trascurate o sottoutilizzate non è solo un peccato per tutti i sapori e i nutrienti che ci stiamo perdendo, ma anche per l’agricoltura stessa. Se sono state “trascurate” è magari perché hanno rese basse o semplicemente non sono stati ben studiate e non sono mai entrati nel mercato globale. Sostenute dalle politiche e dai finanziamenti giusti, potrebbero rinascere.

«L’Italia è, in questo senso, un caso scuola: ha una biodiversità unica. Dai grani antichi alle mele: la varietà di alimenti a disposizione per creare una dieta sana e ricca è enorme», spiega Cittone. Prendiamo i legumi: Slow Food ne ha inclusi 300 a bordo della sua Arca del Gusto, di cui 124 in Italia, e ben 48 legumi in Italia sono Presìdi Slow Food. Oppure le olive: In Italia ci sono oltre 538 varietà di alberi di olivo, che producono olive da olio.


6. La filiera

Tra le sfide del futuro del cibo c’è anche una nuova attenzione alla filiera. «Significa chiedersi e pretendere di sapere da dove viene il cibo che si porta in tavola. Sia la carne coltivata, la bistecca di Chianina, l’ananas o il piatto di pasta. Quando sull’etichetta leggete un’ingrediente che fate fatica a pronunciare, non comprate quel prodotto. Stop», dice Cittone.


7. Lo spreco alimentare

«Lo spreco alimentare lungo tutta la filiera è un altro tema importante, con un impatto esorbitante sul portafoglio e sulla salute», conclude Cittone. «Ma un tema decisivo è anche l’impatto degli imballaggi. Compresi i cosiddetti sacchettini biodegradabili, che biodegrabili non sono affatto. Ogni nostra scelta è decisiva: proviamo allora a pesare la nostra zucchina senza sacchetto e a mettere l’etichetta su quella. Cambiare le cose dal basso è possibile».


Qualcosa in più su Sharon Cittone


Indicata da Forbes tra le donne più potenti al mondo che plasmeranno il futuro del cibo, Ciccone ha lavorato nella comunicazione, per poi decidere - in tempi in cui questi argomenti erano ancora senza voce - di approfondire i temi della sostenibilità e dell’innovazione nell’agroalimentare. 
È impegnata nell’empowerment femminile, è parte - tra le altre cariche - dell’advisory board del World Food Programme Italia, e del Global Chair for Food Innovation del G100, una rete internazionale di più di cinquanta donne leader. «I miei interessi - dice - sono questi: il cibo, la sostenibilità, e le donne.


Fonti

https://www.iodonna.it/benessere/diete-alimentazione/2023/11/20/carne-coltivata-grani-antichi-nuove-tecnologie-il-futuro-del-cibo-secondo-sharon-cittone/

https://www.vanityfair.it/article/sharon-cittone-summit-umbria-edible-planet-16-19-settembre-sostenibilita-sistema-cibo

giovedì 14 febbraio 2013

Due progetti per il futuro sostenibile: DESERTEC e OTEC



DESERTEC è un progetto che coinvolge un numero crescente di organizzazioni, le quali promuovono la generazione di energia elettrica in Nord Africa, Medio Oriente ed Europa utilizzando impianti ad energie rinnovabili, come gli impianti solari termici ed i parchi eolici, e sviluppano una rete elettrica Euro-Mediterranea, costituita principalmente da impianti con cavi di trasmissione in alta tensione a corrente continua HVDC. 
A dispetto del nome, la proposta di DESERTEC vedrebbe la maggior parte degli impianti di produzione al di fuori del Deserto del Sahara, nelle zone meridionale e settentrionale in quanto più accessibili con le loro steppe ed i boschi, così come pure nella zona più occidentale del deserto costiero atlantico. 
Secondo la proposta DESERTEC impianti solari a concentrazione, sistemi fotovoltaici e parchi eolici verranno diffusi nelle regioni desertiche del Nord Africa come il Deserto del Sahara.
La corrente elettrica prodotta verrà trasmessa nei Paesi europei ed africani tramite una super griglia di trasmissione di tipo HVDC (High Voltage Direct Current: linee ad alta tensione in corrente continua). Ciò potrebbe assicurare di coprire una considerevole parte della richiesta di energia da parte dei Paesi della regione MENA (Middle East and North Africa) e, inoltre, di coprire circa il 15% del fabbisogno di corrente dell’Europa continentale. Uno scenario prospettico elaborato dal centro aerospaziale tedesco (DLR), gli investimenti in impianti solari e linee di trasmissione entro il 2050 saranno pari a 400 milioni di €.
Il tutto tenendo conto del "problema" del dialogo con i paesi africani di fronte alla nuova primavera araba, con la conseguente possibilità di sabotaggi e attacchi terroristici; il progetto DESERTEC dovrà essere di aiuto-sostegno da e verso i vari paesi coinvolti, con profitti economici e ambientali per entrambi (non potrà essere l'ennesima invasione coloniale per rubare risorse e distruggere il territorio). 


Ocean Thermal Energy Conversion (OTEC) sfrutta la differenza di temperatura tra le correnti fredde profonde e quelle calde più superficiali delle acque dell'oceano, per azionare un motore termico e produrre lavoro utile, di solito sotto forma di energia elettrica. 
Tuttavia, la differenza di temperatura è piccola e ciò influisce sulla fattibilità economica del ricavo dell'energia termica degli oceani per la produzione di energia elettrica.
Il ciclo termico più comunemente usato per OTEC è il ciclo Rankine con una turbina di bassa pressione. I sistemi possono essere sia a ciclo chiuso o ciclo aperto. I motori a ciclo chiuso utilizzano un fluido di lavoro in genere considerati come refrigeranti (ammoniaca o R-134a). I motori a ciclo aperto motori utilizzano vapore dal mare stesso come fluido di lavoro.
OTEC può anche fornire quantità di acqua fredda come un sottoprodotto. Questo può essere utilizzato per il condizionamento dell'aria e la refrigerazione e l'acqua fertile dell'oceano profondo può alimentare tecnologie biologiche. Un altro sottoprodotto è acqua fresca distillata dal mare.
Impianti dimostrativi sono stati costruiti nel 1880 e continuano ad essere costruiti, ma nessuna pianta commerciale su larga scala è in funzione.

domenica 10 febbraio 2013

Bilancio 2012 delle energie rinnovabili



L'energia eolica mondiale prodotta nel 2012 è stimabile in oltre 500 TWh (pari ai consumi di oltre 450 milioni di europei),  superando i 270 GW di installazioni cumulative. In particolare l'Europa ha superato la pietra miliare dei 100 GW.
Nel 2012 la crescita ha mostrato segni di rallentamento, dovuto soprattuto a minori installazioni in Cina. Il trend complessivo rimane comunque esponenziale con un tempo di raddoppio di circa 3 anni.
Rispetto alle previsioni del 2010 del Global Wind Energy Council il 2011 e il 2012 si collocano 
nello scenario di crescita medio, ben al di sopra dello scenario minimo che prevedeva a fine anno 200 GW.
L'energia generata tramite il vento nel 2012 è stata pari a quasi sei volte quella prodotta con il solare. A causa del più elevato tasso di crescita del fotovoltaico, è possibile però attendersi un sorpasso nella produzione di energia intorno al 2020.
Negli ultimi 5 anni la producibilità mondiale dell'eolico si è assestata a 2000 h. 
Considerando che a metà anno la potenza era pari a 254 GW, la produzione annuale è stata all'incirca di 510 TWh.


La produzione di energia fotovoltaica del 2012 è stimabile in 90 TWh (pari al consumi elettrici domestici di circa 80 milioni di europei), a seguito dell'istallazione di più di 100 GW.
La crescita esponenziale con tempo di raddoppio di un anno e mezzo continua a dispetto di tutto. 
L'aumento annuo di produzione è stimato intorno ai 30 GW.


Circa l'Italia, nel 2012 ha prodotto 79 TWh di energia elettrica da fonti rinnovabili: 18,3 da fotovoltaico, 3,1 da eolico, 42,5 da idroelettrico e 5,2 da geotermico.
Rispetto allo scorso anno l'energia dal vento è aumentata del 37%, mentre quella dal sole è praticamente raddoppiata.
Complessivamente le fonti rinnovabili rappresentano il 28% della produzione nazionale e il 24% dei consumi (abbiamo importato 45,5 TWh nel 2012).
In Italia negli ultimi sette anni il trend è stato il seguente: 
rinnovabili: + 28 TWh
fossili : -36 TWh
importazioni: -5 TWh

sabato 9 febbraio 2013

Gli impianti solari a concentrazione


I sistemi di produzione dell’energia solari a concentrazione (CSP) utilizzano specchi o lenti per concentrare una grande area di raccolta dei raggi solari, e quindi di energia termica, su una piccola superficie. 
L’energia elettrica è prodotta quando i raggi solari concentrati  vengono convertiti in calore, che va ad alimentare un motore termico (tipicamente una turbina a vapore) collegato ad un generatore elettrico. 
Esistono due tipi di impianti solari a concentrazione: a collettori parabolici o torre centrale.

Impianto solare a collettori parabolici

L'impianto a collettori parabolici lineari è formato da specchi parabolici - che ruotano su un solo asse - che riflettono e concentrano la luce diretta del sole su un tubo ricevitore posto nel fuoco del paraboloide.
Dentro il tubo scorre un fluido (detto fluido termovettore perché adatto ad immagazzinare e 
trasportare calore), che assorbe l'energia e la trasporta in un serbatoio di accumulo, necessario se si vuole supplire ai momenti di scarsa o nulla insolazione (come la notte). 
L'accumulo è in contatto termico con uno scambiatore di calore, che attraverso una caldaia genera vapore; questo viene utilizzato per muovere delle turbinecollegate a loro volta a degli alternatori (il complesso turbina-alternatore è detto anche turboalternatore) per produrre così corrente elettrica.
Il fluido termovettore può essere olio diatermico (centrali di 1ª generazione) oppure, secondo gli sviluppi di questi ultimi anni, una miscela di sali che fondono alle temperature di esercizio della centrale e per questo detti sali fusi (centrali di 2ª generazione).
La temperatura più alta raggiunta dai sali fusi (anche fino a 550 °C) rispetto all'olio diatermico consente una migliore resa energetica finale grazie alla possibilità di accoppiamento con centrali a recupero di calore dai fumi di scarico, più efficienti delle centrali standard e che lavorano a temperature più alte.
Con l'utilizzo di miscele a sali fusi è possibile inoltre migliorare la capacità di accumulo termico dell'impianto, prolungandone la produttività anche fino ad alcuni giorni senza esposizione al sole.
Una volta "catturata" l'energia del Sole (sorgente) il processo di produzione ovvero conversione in energia elettrica è quindi del tutto analogo a quanto avviene in una comune centrale termoelettrica.
Gli specchi concentratori sono completamente automatizzati in modo da inseguire costantemente il Sole nel suo moto apparente in cielo (sono detti per questo eliostati), massimizzando così la resa di captazione solare durante l'intero arco della giornata. In caso di forte vento è previsto l'abbassamento verso terra degli specchi in modo da evitare rotture, posizione utilizzata anche per pulire gli specchi.

Impianto solare a torre centrale 
Esistono anche centrali solari con un sistema di specchi riflettenti indipendenti che inseguono il sole e concentrano i suoi raggi su un ricevitore fisso posto alla sommità di una struttura a torre posta al centro dell'impianto. In questo caso si parla di impianto a torre centrale o centrale solare a torre. Nel ricevitore al vertice della torre scorre il fluido termovettore che trasferisce il calore a un generatore di vapore, che alimenta un turboalternatore. Con questo sistema si possono raggiungere fattori di concentrazione, e quindi temperature, superiori rispetto ai collettori parabolici lineari.


Planta Solar 20 o PS20 (in foto qui sopra) è un impianto solare termico, di tipo a concentrazione solare per la produzione di energia elettrica che sorge nella località di Sanlúcar la Mayor, presso Siviglia, in Spagna. 
L'impianto, che sorge a fianco del suo predecessore (la torre PS 10, potente circa la metà), è la torre solare più potente al mondo con una potenza di 20 megawatt. Alta 165 metri, la torre produce elettricità attraverso il calore generato dalla riflessione di 1255 grandi specchi mobili detti eliostati.
La PS20 copre il fabbisogno energetico di 10mila appartamenti e risparmiando all'atmosfera circa 12mila tonnellate di emissioni di CO2 all'anno.
La costruzione di PS20 è stata possibile grazie al successo dell'impianto limitrofo PS10, il primo impianto solare dimostrativo del programma di Ricerca Europea. 
Inoltre da più di dieci anni nel 5° e 6° programma di ricerca Ue sono stati stanziati 25 milioni di euro come finanziamento ai progetti capaci di sviluppare, validare, dimostrare e diffondere le differenti tecnologie per le centrali solari a concentrazione (CPS). A questi stanziamenti si sono aggiunti importanti fondi privati che rappresentano dieci volte gli investimenti del programma di ricerca.