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mercoledì 20 dicembre 2023

Creare un piccolo orto da un terreno a prato

L'orto, o meglio giardino, è il luogo destinato alla coltivazione di ortaggi, verdure e legumi.
È un laboratorio permanente, con gli obiettivi a lungo termine di migliorare la fertilità del terreno e autoprodursi cibi vegetali.

Sarà ubicato nel luogo più adatto (esposizione al sole, riparo dai venti, pendenza del terreno), con opportune aree interne di movimento, irrigazione e compostaggio.
È opportuno che l'area sia recintata per evitare l'ingresso di animali salvatici e munita di cancelletti per un ingresso agevole.


Le diverse aree nell'orto

Le aree destinate alla semina e coltivazione delle varie specie vegetali sono chiamate bancali, ovvero appezzamenti di pochi metri quadrati di terreno, appositamente studiati e mai calpestati.
Tra un bancale e l'altro ci sarà una zona di transizione (quindi calpestabile) su cui ci si muoverà.
Il bancale sarà leggermente sopraelevato da terra e ospiterà più colture in grado di supportarsi e aiutarsi tra loro. La semina potrà essere diretta (da seme) o via trapianto da vasetto (con piantine con già 3 o 4 foglie).

L'importante è considerare il terreno come in costante mutamento, auspicando e agevolando un continuo aumento della fertilità.


Il mio esperimento 

Nella piccola area adiacente alla casa in cui vivo ho trasformato in pochi mesi un piccolo terreno a prato in un orto.

Le fasi iniziali hanno previsto l'installazione della recinzione, con tondini e scarti di rete riciclata.
In seguito ho proceduto con la costruzione dei bancali. Avvalendomi di carta e materiale organico (letame di cavallo maturo e foglie/rami raccolti direttamente dal bosco) ho creato un primo strato, direttamente appoggiato all'erba.





Ho poi creato i viali di passaggio, scavando la terra e riversandola sui nuovi bancali. Ho tolto i sassi e frantumato le zolle, lasciando poi consolidare i nuovi substrati per qualche settimana. Ho fatto tutto nei mesi invernali, cercando di arrivare pronto per la semina del periodo primaverile.

L'ultimo step è stato la pacciamatura, ovvero la creazione di uno strato di erba secca sopra al bancale in grado di proteggere il terreno dall'erosione e dalle intemperie e mantenere l'umidità nella parte sottostante.


Dopo pochi mesi dalla semina si può notare la nascita delle prime colture (patate e pomodori) poi integrate dalla messa a dimora di bietole, zucchine, fagioli e cavoli.
Il bancale realizzato con il metodo della permacultura sinergica (ovvero coltura permanente) ha un rendimento maggiore rispetto all'orto con il metodo tradizionale, necessita di pochissima acqua d'irrigazione e resiste bene ai periodi estivi di siccità.
Il suolo sotto lo strato di pacciamatura è sempre umido e ricco di lombrichi. Inoltre la corretta consociazione dei vari elementi rafforza i rapporti tra le piante e stimola una forte e sana produzione vegetale.
In ultimo le colture alla fine del loro ciclo produttivo possono essere sostituite da nuove e vigorose, sempre nel rispetto delle distanze e della corretta consociazione.




Per ulteriori consigli o richieste di informazioni invito chiunque a scrivermi e sperimentare il metodo di cui ho scritto.
Anche con pochi metri quadrati a disposizione è possibile autoprodursi cibo e creare una piccola zona di benessere personale!

lunedì 11 dicembre 2023

Elogio dei carboidrati


I carboidrati sono dei macronutrienti insieme a lipidi e proteine.
Sono costituiti da carbonio ed acqua e si dividono in semplici e complessi. 

Carboidrati semplici

I carboidrati semplici sono chiamati genericamente zuccheri. Forniscono al corpo energia immediata e spendibile, dando un picco glicemico elevato.
Tra questi troviamo:
  • Monosaccaridi: glucosio (lo zucchero più comune e diffuso) fruttosio (presente in frutta e verdura) e galattosio (fa parte degli zuccheri del latte).
  • Disaccaridi: saccarosio (comune zucchero da cucina), maltosio (si trova nella birra e nei cereali) e lattosio (lo zucchero del latte).
  • Oligosaccaridi: maltodestrine (usate spesso come integratori)

Carboidrati complessi

Si definiscono complessi invece tutti i carboidrati composti da catene lunghe di unità monosaccaridiche.
Sono metabolizzati con tempi più lunghi poichè devono essere scissi nelle singole unità. Spesso sono impiegati come zuccheri di riserva.
Di questo gruppo fanno parte quindi i polisaccaridi e sono:
  • L’amido (zucchero presente nei vegetali).
  • Le fibre (zucchero strutturale delle piante).
  • Il glicogeno (fonte di riserva degli animali e dunque anche dell’uomo. Lo troviamo depositato a livello di muscoli, fegato e rene).
Circa la metà di tutta l’energia necessaria all’organismo passa attraverso i carboidrati.


Funzioni dei carboidrati

L’assimilazione di questi macronutrienti inizia già dalla bocca, dove la saliva consente la scomposizione delle strutture complesse. A questo punto possono essere utilizzati per vari scopi.
Si rendono disponibili per le cellule come fonte energetica. In particolar modo i globuli rossi e il cervello ne richiedono grandi quantità giornaliere.
Si accumulano come glicogeno di riserva.
Vengono convertiti in grasso qualora siano presenti in eccesso rispetto alle richieste.
Qualora ve ne fosse bisogno, il corpo comunque è in grado di convertire il glucosio a partire da aminoacidi e lipidi.


Elogio dei carboidrati

L’organismo umano è predisposto al consumo di zuccheri più che di proteine. 
In un organismo sano e attivo i carboidrati rappresentano il modo migliore per ottenere l’energia che serve allo svolgimento di tutte le funzioni fisiologiche e delle attività quotidiane.
Il nostro metabolismo infatti ha una via preferenziale per l’utilizzo degli zuccheri rispetto alle proteine, le quali per essere impiegate a scopo energetico vanno trasformate proprio in zuccheri.

I migliori carboidrati sono quelli naturali della frutta, ottimi tutti quelli integrali dei cereali. 
Da evitare assolutamente invece quelli raffinati dello zucchero bianco. Ma anche lo zucchero di canna chiaro e tutti i prodotti preparati con farine bianche.


Fonte

https://www.google.com/amp/s/www.tuttogreen.it/elogio-ai-carboidrati/amp/

lunedì 27 novembre 2023

Il divieto di pubblicità della carne nei Paesi Bassi


I Paesi Bassi si affermano come capofila europeo nella rivoluzione contro l'abuso della carne.
Diverse città hanno infatti vietato la pubblicità della carne.

Utrecht è l'ultima città in Olanda ad approvare il divieto di fare pubblicità per la carne e i prodotti derivati: la misura potrebbe diventare nazionale.
In un’iniziativa che riflette la crescente preoccupazione per la salute e l’ambiente, Utrecht è diventata l’ultima città olandese a bandire la pubblicità dei prodotti a base di carne dai propri spazi pubblicitari. La decisione segue un divieto simile adottato l’anno scorso dalla città di Bloemendaal e la discussione in corso in altre aree, tra cui Zwolle, Haarlem, Amsterdam e la provincia di Noord-Holland.


La motivazione

La motivazione fornita dall’amministrazione comunale è duplice. Da una parte c’è l’impatto negativo che l’eccessivo consumo di carne ha sulla salute dei cittadini, dall’altro la necessità di contrastare il cambiamento climatico.

Utrecht ha già dimostrato il suo impegno sociale adottando divieti simili sulla pubblicità dei combustibili fossili per auto in passato. La città ha deciso di estendere la sua visione ecologica includendo la carne tra i prodotti vietati.

La decisione del comune si applica solo ai cartelloni pubblicitari di proprietà delle autorità locale, circa 850 spazi in tutto il territorio cittadino. Questa iniziativa, che riprende quelle di altre città dei Paesi Bassi, potrebbe essere il precursore di una tendenza più ampia verso politiche più restrittive nei confronti di prodotti non sostenibili.


La lotta dei Paesi Bassi alle emissioni degli allevamenti di carne

L’ordinanza si inquadra infatti in un contesto più ampio di cambiamenti nelle politiche europee riguardo all’agricoltura. Il ministro olandese dell’Agricoltura, della Natura e della Qualità del cibo Piet Adema ha recentemente dichiarato che l’Unione Europea non dovrebbe fornire sussidi per la produzione di carne, ma dovrebbe piuttosto concentrarsi su prodotti salutari e che non danneggiano l’ambiente.

Nonostante l’iniziale scetticismo degli allevatori, in realtà, non si sono levate particolari proteste dall’industria della carne. I Paesi Bassi mirano alla conversione della filiera verso prodotti plant based o verso la carne coltivata, da noi chiamata “carne sintetica” e bandita proprio sulla spinta di associazioni di categoria come Coldiretti. Si tratta di un business mondiale da 25 miliardi di dollari.


Sempre meno carne nei Paesi Bassi?

Mentre la Commissione Europea discute sull’allocazione futura dei sussidi all’agricoltura, la situazione olandese potrebbe anticipare un cambio di paradigma nel modo in cui la carne è promossa e consumata in tutta Europa.

La recente diminuzione delle vendite di prodotti a base di carne nei Paesi Bassi, insieme all’incremento del mercato plant based suggerisce che la coscienza ambientale e le preferenze dei consumatori stanno influenzando le abitudini alimentari in modo significativo. Resta da vedere se altri Paesi comunitari seguiranno l’esempio olandese, con la trasformazione dei divieti della carne in una tendenza dell’intero continente.

Il tempo per fermare il cambiamento climatico sta finendo e i numeri sull’utilizzo delle risorse e del suolo per gli allevamenti sono ormai noti a tutti. Una dieta vegana o che preveda meno prodotti di origine alimentare può rappresentare un punto di partenza per limitare l’impatto dell’uomo sul Pianeta, ma un cambio di abitudini prevede anche il supporto alla transizione di piccole e grandi realtà, per evitare la perdita di milioni di posti di lavoro.


Fonte

https://quifinanza.it/economia/carne-bandita-pubblicita-stop-olanda-utrecht/767504/amp/

sabato 25 novembre 2023

Le sette sfide della sostenibilità del cibo, by Sharon Cittone

Sharon Cittone è tra le ospiti eccellenti del Women Economic Forum.
Gli argomenti trattati sono stati relativi a carne coltivata, grani antichi e nuove tecnologie.
Cittone propone 7 grandi sfide del futuro del cibo per un mondo più sostenibile, facendo la premessa che pochi consumatori sono consapevoli che il settore agroalimentari incide per circa un terzo sul cambiamento climatico.


1. La carne coltivata


«La questione più importante per un pianeta con una popolazione in crescita e una richiesta di carne in aumento è quella delle proteine complementari e alternative. E la carne coltivata è una soluzione che solo una politica miope può non vedere», spiega Cittone. 

Va ricordato che la carne sintetica e costituita da proteine sintetiche «lavorate in laboratorio senza aggiunta di antibiotici, quindi il meglio che si possa desiderare».


2. Meno allevamenti intensivi


È la concorrenza degli allevamenti intensivi che va combattuta. Quelli a cui sono destinati i foraggi prodotti sul 60% delle terre coltivabili nel mondo. Tanto è il consumo di suolo destinato a nutrire gli animali allevati in batteria. «Considerate che cosa state mangiando: cercate le immagini di un pollo di 50 anni fa e confrontatelo con il pollo com’è oggi. Scoprirete di nutrirvi con dei polli Schwarzenegger, con enormi pettorali, che del pollo hanno pochissimo.


3. Le eccellenze italiane

La carne coltivata non fa concorrenza alle eccellenze. «Anzi, l’allevatore di razza Chianina o la carne prodotta in malga saranno meglio tutelati, proprio in quanto eccellenze italiane. È giusto spendere di più per mangiare meno carne, se è buona e sana».

Ma gli investimenti sui prodotti italiani devono essere coerenti, rispondere a una visione d’insieme. «Non è possibile pagare un ananas un quarto di una mela trentina: il consumatore può darsi torni a casa contento ma il sistema che gli ha proposto questa scelta è sbagliato».


4. L’agricoltura rigenerativa

«Significa, in parte, tornare alla saggezza dei nostri nonni. In parte, innovare. Il futuro del cibo è nell’agricoltura biologica ma anche rigenerativa: quella che punta a salvaguardare il microbioma, rigenerando il suolo. Solo in questo modo torneremo ad avere arance che sanno di arance, e mele di mele, con le proprietà nutrizionali che oggi presumiamo abbiano ma non hanno più», spiega Cittone.

Bando, dunque, allo sfruttamento intensivo del suolo e alle monoculture destinate agli allevamenti. Un’agricoltura buona e rigenerativa è quella che aumenta la biodiversità delle specie vegetali e di quelle microbiche, che integra gli animali e le piante nell’azienda agricola e che consente anche alla terra di riposare.


5. La biodiversità

Nel corso della storia umana, su circa 30.000 specie di piante commestibili, “solo” 6/7mila sono state coltivate a scopo alimentare. E di queste “solo” 170 su scala commercialmente significativa. Ma oggi dipendiamo fortemente solo da una trentina di queste colture. E più del 40% delle nostre calorie giornaliere provengono da solo tre di quelle 30mila: riso, grano e mais. Il fatto che migliaia di colture siano state trascurate o sottoutilizzate non è solo un peccato per tutti i sapori e i nutrienti che ci stiamo perdendo, ma anche per l’agricoltura stessa. Se sono state “trascurate” è magari perché hanno rese basse o semplicemente non sono stati ben studiate e non sono mai entrati nel mercato globale. Sostenute dalle politiche e dai finanziamenti giusti, potrebbero rinascere.

«L’Italia è, in questo senso, un caso scuola: ha una biodiversità unica. Dai grani antichi alle mele: la varietà di alimenti a disposizione per creare una dieta sana e ricca è enorme», spiega Cittone. Prendiamo i legumi: Slow Food ne ha inclusi 300 a bordo della sua Arca del Gusto, di cui 124 in Italia, e ben 48 legumi in Italia sono Presìdi Slow Food. Oppure le olive: In Italia ci sono oltre 538 varietà di alberi di olivo, che producono olive da olio.


6. La filiera

Tra le sfide del futuro del cibo c’è anche una nuova attenzione alla filiera. «Significa chiedersi e pretendere di sapere da dove viene il cibo che si porta in tavola. Sia la carne coltivata, la bistecca di Chianina, l’ananas o il piatto di pasta. Quando sull’etichetta leggete un’ingrediente che fate fatica a pronunciare, non comprate quel prodotto. Stop», dice Cittone.


7. Lo spreco alimentare

«Lo spreco alimentare lungo tutta la filiera è un altro tema importante, con un impatto esorbitante sul portafoglio e sulla salute», conclude Cittone. «Ma un tema decisivo è anche l’impatto degli imballaggi. Compresi i cosiddetti sacchettini biodegradabili, che biodegrabili non sono affatto. Ogni nostra scelta è decisiva: proviamo allora a pesare la nostra zucchina senza sacchetto e a mettere l’etichetta su quella. Cambiare le cose dal basso è possibile».


Qualcosa in più su Sharon Cittone


Indicata da Forbes tra le donne più potenti al mondo che plasmeranno il futuro del cibo, Ciccone ha lavorato nella comunicazione, per poi decidere - in tempi in cui questi argomenti erano ancora senza voce - di approfondire i temi della sostenibilità e dell’innovazione nell’agroalimentare. 
È impegnata nell’empowerment femminile, è parte - tra le altre cariche - dell’advisory board del World Food Programme Italia, e del Global Chair for Food Innovation del G100, una rete internazionale di più di cinquanta donne leader. «I miei interessi - dice - sono questi: il cibo, la sostenibilità, e le donne.


Fonti

https://www.iodonna.it/benessere/diete-alimentazione/2023/11/20/carne-coltivata-grani-antichi-nuove-tecnologie-il-futuro-del-cibo-secondo-sharon-cittone/

https://www.vanityfair.it/article/sharon-cittone-summit-umbria-edible-planet-16-19-settembre-sostenibilita-sistema-cibo

venerdì 21 novembre 2014

Miti da sfatare: il falso mito del progresso


La lotta continua tra progresso e conservazione è da sempre una costante nella storia dell’umanità.
La continua ricerca del progresso fissa nel futuro un traguardo da raggiungere, ignorando il presente e rendendolo schiavo di un’angoscia e di un malessere strisciante e continuo, mascherato da un finto ottimismo privo di radici.
Particolarmente in occidente ci troviamo di fronte ad una concezione dualistica, tipicamente moderna, in cui il progresso e la tecnologia sono visti o come demoni a cui attribuire le cause di tutti i nostri problemi, oppure come dei “Messia” capaci di risollevare le sorti della nostra società; da questa osservazione appare però chiaro un punto in comune: il malessere esistenziale.
Tutto ciò circa il presente.
Nel passato possiamo invece notare come il concetto di “progresso” sia un’invenzione relativamente recente. 
Prendendo come riferimento la classicità greca notiamo infatti, come l’uomo fosse strettamente legato alle proprie scoperte, e più in generale alle proprie speculazioni, non solo da un punto di vista fisico, ma anche spirituale in quanto ogni nuova conoscenza veniva integrata totalmente nella cultura; questo permetteva una visione del tempo strutturata soltanto sul presente, senza il mito di un passato glorioso, né di un preoccupante futuro. 

Il concetto attuale di progresso è invece strettamente collegato al tempo: l’uno senza l’altro sono privi di significato e l’uomo vive proiettando nel futuro la soluzione dei suoi attuali problemi, anziché interessarsi ad un presente complesso e a volte incerto, ma reale e perciò intrinseco all’uomo.
La causa del malessere della società moderna si può riportare alla “rincorsa temporale” in cui il genere umano, intento nell’inseguimento del mito del progresso, perde di vista la sua componente personale, la parte spirituale insita in ciascuno che lo guida nella pura ricerca, necessaria per l’accrescimento individuale.
Questa scissione si palesa ogni qualvolta ci riferiamo alla scienza; essa, pur essendo parte integrante della vita quotidiana moderna, viene definita come entità astratta al di fuori dell’uomo, creatrice di un Futuro di giustizia e bontà.
La facile reperibilità di informazioni priva gradualmente la nuova società del gusto della ricerca, le così dette “Generazioni 2.0” vivono di informazioni istantanee, spesso superficiali, che non  costano fatica e, di conseguenza, non entrano a far parte del nostro Essere rimanendo così estranee ed impossibili da implementare.

“Non è importante la meta, ma il cammino” affermavano i pellegrini medievali e nonostante questa frase possa suonare a noi, uomini moderni, eccessivamente romantica,  nell’accezione più dispregiativa del termine, essa rimane la sostanziale la spiegazione della vita umana.
Ascesi, illuminazione, gnosi sono solo alcuni dei termini diversi attribuiti allo stesso concetto: la ricerca, quella stessa che viene annichilita giornalmente.
Siamo così assuefatti dal cosiddetto progresso da non riuscire più a sopportare la fatica intellettuale della ricerca, perché essa implica che noi diventiamo parte della ricerca stessa, con i nostri dubbi, le nostre incertezze, il nostro essere e contemporaneamente ammette un possibile fallimento: l’uomo moderno non riuscendo a sopportare l’idea della non riuscita, rinuncia al percorso stesso.
Rifiutando la ricerca, rifiutiamo il motivo di nascita della scienza: l’accrescimento, fisico-intellettuale e spirituale dell’uomo.
Ora, essendoci così staccati dalla “ricerca che è in noi” come possiamo credere che il futuro possa derivare da un progresso esterno?
Fino a che l’uomo non riporterà il progresso dentro se stesso, nulla potrà mai cambiare. 
Secoli di razionalismo ci hanno portato a credere che l’accettazione dei limiti della tecnologia, derivata dell’intelletto, significhi anche affermazione dell’impotenza dell’uomo sulla sua storia, senza capire che di pari passo all’accrescimento tecnologico ci deve essere un accrescimento individuale, dalla cui unione nascerà la nuova società tanto osannata dai cultori del progresso.
Da qui appare chiaro come l’eterna lotta tra progresso e conservazione risulti inesistente in quanto non sarebbe il ritorno “fisico” al passato a determinare il miglioramento del genere umano, bensì il ritorno ad un unione di spirito e corpo, così tanto disprezzata dall’Occidente ma così importante per l’umanità.

L'articolo è di Andrea Renzi

giovedì 7 febbraio 2013

Fibre naturali. Passato o futuro?


L'industrializzazione, la chimica e la ricerca, hanno permesso la comparsa, la produzione e la grande diffusione delle fibre sintetiche, create in laboratorio e diventate globali in tempi stettissimi.
Queste (acrilico, poliestere, polipropilene, poliuretano e soci) ora dominano il mercato, pur avendo una storia relativamente breve e caratteristiche meno importanti dei rivali naturali (elevato grado di elettrostaticità a contatto con la pelle, minor capacità di isolamento e msntenimento della temperatura corporea ideale, poca traspirazione, poco dialogo con l'esterno). Certamente il loro successo è dovuto al prezzo ridotto, derivato dall'elevata produzione industriale.
A farnele le spese sono state le fibre naturali, per eccellenza cotone, lana, canapa e seta.

 
Il tessuto di cotone si ricava tessendo filati di cotone ricavati dalla peluria che ricopre i semi di una pianta della specie Gossypium.
Il cotone si otteneva in passato mediante lavorazione con strumenti di legno o a mano. Dopo aver preso la capsula del cotone dalla pianta omonima si ricavava un "gomitolo" di filamenti che veniva trattato e lavorato prima di essere inviato alle industrie tessili.

Il Gossypium è una pianta arbustiva della famiglia delle Malvacee, originaria del subcontinente indiano e delle regioni tropicali e subtropicali dell'Africa e delle Americhe. E' importata in Europa dagli arabi. La pianta allo stato selvatico può raggiungere un'altezza superiore a 1,50 m ed ha vita lunga. Oltre che per i peli utilizzati per la produzione del cotone i semi sono usati per la produzione dell'olio.
Le caratteristiche del cotone sono: comportamento anelastico; resistenza meccanica, influenzata dalla presenza dell'acqua (le fibre umide sono più tenaci di quelle secche); buona stabilità all'aria; brucia brucia molto facilmente lasciando della cenere bianca; lascia sulla pelle
una sensazione di freschezza.*


La lana è una fibra tessile naturale che si ottiene dal vello di ovini (pecore e di alcuni tipi di capre), conigli, camelidi (cammelli) e alcuni tipi di lama. Essa si ottiene attraverso l'operazione di tosatura, ovvero taglio del pelo, che per le pecore avviene in primavera. La lana che si viene ad ottenere viene definita lana vergine.
Un altro metodo per ricavare la lana è quello di recuperarla dopo la macellazione della pecora stessa. La lana che si ricava si chiama lana di concia.
Le caratteristiche della lana sono: è una fibra calda al tatto e dotata di alta termocoibenza (ciò aumenta lo spessore dei tessuti); è relativamente resistente alla fiamma e, è dotata anche di termoplasticità; isola dal freddo ma anche dal caldo (alcune popolazioni africane la usano di giorno per ripararsi dal caldo e la sera dal freddo).*


La fibra della canapa è ottenuta dal floema o libro dei fusti delle piante di Cannabis sativa.
La canapa cresce naturalmente in zone dal clima temperato, ma può sopportare i climi più diversi. Può essere coltivata ripetutamente sullo stesso terreno dal momento che non lo impoverisce, bonificando e ammorbidendo la struttura dei terreni induriti da uno sfruttamento eccessivo con radici profonde e sottilmente ramificate. Può arrivare in alcuni casi fino a 7 metri di altezza, ed è una barriera ideale contro le impollinazioni di altre colture dal momento che il suo olio è un antiparassitario naturale.
Le caratteristiche della canapa sono: è fresca in estate e calda in inverno; è in grado di assorbire l'umidità del corpo e il calore dal corpo; assorbe i raggi infrarossi e gli UVA fino al 95% (gli indumenti in canapa indossati svolgono una funzione schermante alle radiazioni emesse da campi elettrostatici ed a quelle dei telefoni cellulari); ha resistenza agli strappi tre volte maggiore a quella del cotone e tra le fibre naturali è quella che meglio resiste all'usura; è una fibra viva (esposta all'aria per una notte è in grado di rigenerarsi perdendo gli odori di cui è impregnata ritrovando tono e morbidezza). **


La seta è una fibra proteica di un animale con la quale si possono ottenere tessuti tendenzialmente
pregiati. La seta viene prodotta da alcuni insetti della famiglia dei lepidotteri e dai ragni.
La seta utilizzata per realizzare tessuti si ottiene dal bozzolo prodotto da bachi da seta, nella maggior parte da bachi da seta della specie Bombyx mori.
Il baco da seta secerne un filamento, di lunghezza variabile tra 350 metri a circa 3 chilometri, con il quale forma il bozzolo che gli serve da protezione durante la metamorfosi. Il filamento è formato da due bavelle di fibroina (presente per circa l'80% in peso) avvolte nella sericina (20% circa). La fibra ha un aspetto regolare molto simile a quello di fibre sintetiche.
Le caratteristiche della seta sono: riflette la luce (regalando il tipico "splendore"); assorbe facilmente le tinture; è elastica; ha una particolare resistenza; il contatto dell'aria gli consente di mantenere la sua freschezza anche senza stiratura: è morbida; è anallergica e trattiene il calore del corpo.***

* Da Wikipedia
** Dal sito www.canvasfibrenaturali.com/perche_la_canapa.htm
*** Dal sito http://www.stilla.it/services/fibre/seta.htm

Ora, il futuro industriale, con il picco del petrolio e la sua  conseguente diminuzione andrà incontro a cambiamenti, in tempi più o meno prossimi.
Il fatto inconfutabile è che il petrolio non è infinito e le estrazioni degli ultimi decenni sono insostenibili per il futuro (il petrolio è l'elemento principe per la produzione e distribuzione su vasta scala delle fibre sintetiche).
Già la crisi attuale potrebbe essere un segnale.
Per le fibre naturali passato o futuro per la nostra società?


 

martedì 5 febbraio 2013

Natura selvatica e alimentazione. Passato o futuro?


Oltre alle abitudini, gli stili di vita, gli orari, le attività, l'abbigliamento, gli hobbies, l'industrializzazione e la conseguente globalizzazione hanno modificato radicalmente l'alimentazione.
La dieta tipicamente vegetale pre-industriale si è trasformata in prettamente animale, ricca soprattutto di grassi.
 
L'alimentazione vegetale era invece ricca di carboidrati e fibre, quindi più salutare, meno calorica e più digeribile. Essa univa i prodotti dell'orto a quelli selvatici, assecondando le stagioni e le varie fioriture/fruttificazioni.
La natura selvatica era un componente importante dell'alimentazione. Non la fonte principale di nutrimento, ma complementare e completante.
Campi e boschi fornivano un gran numero di frutti, oggi relegati a sporadiche apparizioni nelle nostre tavole o in via di scomparsa.
Tanti, tanti esempi si possono fare.
In primis la frutta secca. Noci e nocciole erano costantemente sulle tavole e il loro consumo era regolare e molto utile al mantenimento della buona salute.
Poi la castagna, importata in Europa dopo la scoperta dell'America, e a lungo fonte importante di nutrimento come caldarrosta, bollita, o come farina.
I pinoli del pino silvestre sono un altro esempio, come le more (i mùron) del gelso, le fragoline di bosco, le more e i mirtilli dei rovi, i fichi.
Anche le castagne matte dell'ippocastano e le ghiande delle querce avevano un importante ruolo per l'alimentazione delle bestie o come integrazione della dieta alimentare in tempi difficili.
L'ultima considerazione è per i frutti delle piante poi diventate tipiche dei frutteti: uva, pesche, mele, pere, ciliegie, amarene, prugne,..nascono tutti come frutti di piante selvatiche, de-inselvatichite dall'opera dell'uomo. La loro coltivazione ha modificato le caratteristiche dei frutti, rendendoli più grossi e zuccherosi, meno ricchi di caratteristiche di pregio che solo la natura selvaggia sa dare..ma gli unici a essere presenti nelle nostre diete con continuità.
Questo è la storia.

Ora bisogna vedere quello che il destino riserverà.
Il petrolio sta avendo il suo picco (o lo ha già avuto), le miniere di fosfati non sono eterne, e le produzioni di fertillizzanti potrebbero non bastare. L'alimentazione in prevalenza animale, lusso e caratteristica della nostra era, è insostenibile e decisamente senza futuro.
Occorre vedere tempi e modi, ma la natura selvatica potrebbe tornare ad avere un peso.
Passato o futuro nella nostra dieta?