martedì 21 giugno 2022

L'uomo e il latte (II° parte): un gioco poco sostenibile


L’impatto ambientale degli allevamenti, siano essi destinati alla produzione di formaggi o di carne, è devastante.
Il 74% delle emissioni mondiali è causato dai bovini. Questo è principalmente dovuto all'abbondanza di mucche da latte, ma anche dalla grande quantità di metano e protossido di azoto emessi da tutti gli allevamenti sia intensivi che estensivi.


L'inquinamento causato dai bovini da latte

Una bovina da latte produce 20 tonnellate all'anno di liquame, di cui 80 chili azotati.
In Italia, ogni regione ha un carico massimo di chili all'anno di azoto per ettaro, superato il quale il terreno non riuscirebbe a reggere, col rischio concreto di inquinamento della falda acquifera.
In Emilia Romagna la normativa permette un carico massimo di 340 chili di azoto all'anno per ettaro, quindi non più di quattro bovini per ettaro. Ma il limite si abbassa a 170 chili di azoto nelle zone vulnerabili, cioè con presenza di acquiferi, e negli allevamenti biologici: 2 vacche per ettaro.
Va detto che la componente azotata è utile per fertilizzare il terreno, ma se troppo elevata provoca un inquinamento delle acque con i nitrati (NO3) e dell'aria con l'ammoniaca (NH3), precursore delle polveri sottili (pm10) così insidioso da far impallidire le emissioni da traffico automobilistico.
Per ogni capo tenuto nelle stalle occorre dunque disporre di terreni sufficienti per lo spandimento, in proprietà o in affitto.
E' così che può capitare che le autobotti con letame e liquami non compiano lunghi tragitti, ma sversino più volte in appezzamenti defilati, quei poderi sacrificati per liberarsi dei liquami in eccesso.
Anche i residui farmacologici rappresentano un importante rischio. Negli allevamenti odierni l'uso di antibiotici e ormoni è molto diffuso, per motivi terapeutici ma più spesso per motivi non terapeutici quali profilassi delle malattie e incremento della crescita o della produzione dell'animale. 
Nei paesi sviluppati i farmaci usati nella zootecnia rappresentano una quota elevata del totale nazionale, ad esempio negli USA oltre il 70% degli antibiotici usati sono somministrati agli animali allevati. Una parte sostanziale dei farmaci somministrati non viene assorbita dall'animale e si disperde nelle acque tramite lo scarico dei reflui o l'uso del concime sui terreni. 
La contaminazione delle acque con agenti antimicrobici provoca un antibiotico-resistenza nei batteri, mentre la presenza di sostanze ormonali disciolte può avere effetti sulle colture e può provocare alterazioni del sistema endocrino negli esseri umani e negli animali selvatici.


Il dispendio di cibo e acqua

In estate, una mucca da latte mangia circa 70 kg di erba al giorno. In inverno mangia invece fieno, foraggio insilato e 2–3 kg di alimenti complementari. Quotidianamente, una mucca beve dai 50 agli 80 litri d'acqua.
Inoltre l'alimentazione delle mucche consiste quasi sempre nell'uso di mangimi quali cereali e leguminose, che potrebbero invece essere utilizzati direttamente dall'uomo per il suo sostentamento.
Per produrre un litro di latte occorrono 1020 litri di acqua per kg. Il paragone può essere fatto con le specie vegetali: per un chilogrammo di riso, la coltura a più alta richiesta idrica, occorrono 2500 litri di acqua; per un chilo di soia ne bastano 2145, 1827 per un chilo di grano, 1220 per un chilo di mais e 290 per un chilo di patate.


Qualche dato per capire quanto l'allevamento (non solo di vacche da latte) sia impattante sul nostro pianeta

Secondo la FAO, «il settore dell'allevamento rappresenta, a livello mondiale, il maggiore fattore d'uso antropico delle terre»: direttamente e indirettamente, la moderna zootecnica complessivamente utilizza il 30% dell'intera superficie terrestre non ricoperta dai ghiacci e il 70% di tutte le terre agricole. Secondo l'International Livestock Research Institute (ILRI) occupa il 45% delle terre emerse del pianeta. Per lo più le terre vengono usate per il pascolo degli animali: quasi il 29% della superficie degli Stati Uniti, oltre il 40% del territorio della Cina (più di 4 milioni di chilometri quadrati) e più del 50% della regione orientale del continente africano, sono occupati da pascoli. 
La produttività dei prati a pascolo è molto variabile: un ettaro di prateria molto ricca può sostenere un manzo per un anno, ma possono essere necessari anche 20 ettari se si tratta di prateria marginale. Un altro importante fattore d'uso delle terre è la produzione di mangime: il 33% delle terre arabili del pianeta è usato a tale scopo.
Inoltre l'allevamento prevede, per la sua realizzazione, la deforestazione. Si pensi alla foresta Amazzonica, che col tempo si sta riducendo sempre più, per l'espandersi degli allevamenti intensivi.
Ultimo fattore da considerare, ma non per importanza, è la degradazione del suolo: la continua pressione dello zoccolo provoca compattamento del terreno, mentre l'estirpazione della vegetazione effettuata dall'animale per nutrirsi provoca impoverimento della flora. Il compattamento del terreno diminuisce la capacità della terra di trattenere acqua e di rigenerarsi, mentre l'impoverimento della flora compromette la resistenza del suolo non più trattenuta dalle radici e riduce funzioni essenziali svolte dai sistemi vegetali quali l'assorbimento dell'acqua e il riciclo degli elementi nutritivi: la terra finisce così per essere sempre più esposta all'erosione del vento e dell'acqua e destinata all'isterilimento agricolo.


L'allevamento globale e i gas serra

Secondo il rapporto della FAO, nonostante l'allevamento di animali contribuisca solo limitatamente alla produzione di anidride carbonica (CO2) (il principale gas a effetto serra prodotto dall'uomo) con un 9% del totale, è tuttavia responsabile di alte emissioni di altri importanti gas serra: il 35-40% delle emissioni di metano, che ha un effetto 23 volte superiore a quello dell'anidride carbonica come fattore di riscaldamento del globo, il 65% delle emissioni di ossido di diazoto, un gas che è 296 volte più dannoso della CO2, e il 64% delle emissioni di ammoniaca, un gas che contribuisce significativamente alle piogge acide e all'acidificazione degli ecosistemi, sono prodotti infatti dal settore zootecnico. Sempre secondo la FAO, nella quota calcolata del 18% di emissioni di gas serra attribuite al settore zootecnico, il contributo maggiore proviene dagli allevamenti estensivi (13%), mentre una quota più ridotta (5%) è attribuibile ai sistemi intensivi.
È stato stimato che in sistemi CAFO (Confined Animal Feeding Operations) (sistemi di allevamento intensivo a ridotte emissioni di gas serra) la produzione di 225 g di carne di manzo produce emissioni CO2 equivalenti pari a quelle generate da un viaggio in auto di 15,8 km, 4,1 km per la stessa quantità di carne di maiale e 1,17 km per la stessa quantità di carne di pollo, mentre 225 g di asparagi (tra i vegetali a più alto impatto nella produzione di gas serra) corrispondono a guidare un'auto per 440 metri e 225 g di patate corrispondono a guidare un'auto per 300 metri. Secondo calcoli della FAO la produzione di un solo chilo di latte comporta una emissione di 2,4 kg di CO2 equivalenti. Un altro studio ha stimato che la produzione di un chilogrammo di manzo causa una emissione di gas serra e altri inquinanti maggiore di quella che si ottiene guidando un'auto per tre ore e lasciando nel frattempo accese tutte le luci di casa.

sabato 18 giugno 2022

L'uomo e il latte (I° parte): l'alimento per tutte le età, per ossa forti e corpo sano!



Il falso mito del calcio

Il latte non è essenziale per assumere calcio, anzi i prodotti caseari peggiorano la salute delle ossa.
I Paesi del mondo in cui si beve più latte hanno statisticamente più osteoporosi e fratture del bacino. 
Di pari passo con l’aumento del consumo di latte/latticini e di calcio aumentano anche i fattori di rischio per l’osteoporosi e le fratture ossee. 
Più latte e latticini si assumono, più si hanno perdite ossee.
Ci sono eccellenti fonti vegetali di calcio che non provocano acidosi metabolica; anzi, sono alcalinizzanti e aiutano la salute delle ossa. I broccoli, il cavolo, gli altri ortaggi a foglia verde, i semi di sesamo, il tahini, il tofu con aggiunta di calcio e i latti vegetali e succhi di frutta fortificati hanno quantità adeguate di calcio che soddisfano il fabbisogno giornaliero.
Il fattore in assoluto più importante per la salute delle ossa è il movimento. Per aumentare e mantenere la densità ossea, è necessario porre sotto tensione le ossa regolarmente.
Anche la vitamina D ha un importante ruolo nella salute delle ossa. Indipendentemente dalla quantità di calcio che si consuma, per assorbirlo serve la vitamina D. Oltre il 90% della popolazione mondiale ha livelli di vitamina D insufficienti o carenti.


La caseina e i prodotti caseari

La caseina, la principale proteina del latte, provoca dipendenza psicologica ed è un potente promotore del cancro.
Inoltre i prodotti lattiero-caseari contengono ormoni, allergeni, lattosio, grassi saturi, colesterolo e pesticidi: tutte sostanze che possono causare nel tempo seri problemi di salute.
Producono alti livelli di grassi saturi e colesterolo, note cause di aterosclerosi e cardiopatia arteriosclerotica (ASHD).


Il lattosio

Il lattosio è uno zucchero contenuto nel latte che viene scisso nell’organismo ottenendo un altro zucchero, il galattosio.
A sua volta, il galattosio viene ulteriormente catabolizzato da enzimi.
Secondo uno studio condotto dal dr. Daniel Cramer (e collaboratori) a Harvard, quando il consumo di latticini eccede quantitativamente la possibilità enzimatica di catabolizzare il galattosio, questo può accumularsi nel sangue e può danneggiare le ovaie femminili.
Alcune donne possiedono livelli di questi enzimi particolarmente bassi e il consumo regolare di derivati del latte può triplicare in loro il rischio di sviluppare cancro ovarico.


Il latte e le malattie correlate

I tumori della mammella e della prostata sono stati messi in relazione con il consumo di derivati del latte, correlazione presumibilmente riferibile, almeno in parte, ad aumentati livelli plasmatici di un composto denominato Insulin-like Growth Factor (IGF-I).
Questo fattore, isolato nel latte vaccino, è stato ritrovato a livelli plasmatici elevati nei soggetti che consumino regolarmente latticini .
Altri principi nutritivi che aumenterebbero i livelli di IGF-I sono presenti nel latte vaccino.
Uno studio recente mostra come soggetti maschili che presentino elevati livelli di IGF-I avrebbero un rischio quattro volte maggiore di sviluppare cancro prostatico, quando confrontati con i soggetti nei quali i livelli di questo fattore sono bassi.
Un ulteriore studio realizzato dal National Cancer Institute, dal National Institute of Health e dal World Cancer Research Fund condotto su 52.795 donne dimostra che:
  • consumare 1/3 di tazza di latte bovino al giorno aumenta del 30% la possibilità di sviluppare il cancro al seno;
  • consumare 1 tazza di latte bovino al giorno aumenta del 50% le probabilità di sviluppare il cancro al seno;
  • consumare 2-3 tazze di latte bovino al giorno aumenta dell”80% le probabilità di sviluppare il cancro al seno.
“Quello che è molto chiaro è che chi beve latte e mangia formaggi si ammala di più di cancro alla prostata." "La mia personale raccomandazione è di andare piano con i latticini, perchè i latticini non servono a niente". E i malati di tumore che hanno alti livelli nel sangue di fattori di crescita, come IGF1, che è stimolato dal consumo di latte, hanno una prognosi peggiore” (Franco Berrino).
Inoltre “I latticini contribuiscono significativamente ad elevare il contenuto di colesterolo e grassi nella dieta – è spiegato sul sito della SSNV – e le diete ad elevato contenuto di grassi, soprattutto grassi saturi, possono aumentare il rischio di parecchie malattie croniche, comprese le malattie cardiovascolari”.
Infine, “studi epidemiologici in diversi Paesi dimostrano la presenza di una forte correlazione tra l’uso di latticini e l’incidenza di diabete insulino-dipendente“.


Un'overdose proteica

Il latte vaccino, dovendo servire ai vitelli, che hanno una velocità d’accrescimento fisico notevolmente superiore a quella umana (raddoppiano il proprio peso dopo appena 47 giorni dalla nascita, mentre il neonato umano lo raddoppia in 180 giorni), contiene dal 3,5% al 5% di proteine, contro l’1,2% del latte umano. Tale notevole quantità di proteine nel latte di mucca costituisce, quindi, una autentica overdose proteica per un essere umano.
Si è cosi accertato che quando le proteine superano il normale fabbisogno del mammifero che assume un determinato latte, l’eccesso determina un sovraccarico per il fegato e le reni, che hanno il compito di eliminare i prodotti del metabolismo proteico.


Bibliografia 
Le informazioni sono tratte dalle seguenti opere:
Mills M. - Fattori promotori del cancro nel latte
Barnard N. - Ciò che l’industria del latte non vuol farti sapere
Berrino F. - 4 pilastri della nutrizione
Campbell T. C. - The China study