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martedì 22 luglio 2025

Elogio della pacciamatura


Con pacciamatura si intende la tecnica agricola che consiste nell'utilizzare uno strato di materiale vegetale (tipicamente erba secca o paglia) per coprire un terreno in spazi appositamente scelti, quali orti, frutteti o attorno a singole piante.
Il processo consente di evitare l'erosione del suolo, aumentare la fertilizzazione del terreno sottostante il materiale pacciamante e di limitare l'uso di acqua per irrigare.
 

Perché pacciamare

Il suolo in natura non è mai sgombro da elementi vegetali. 
Prati, alberi e boschi occupano il terreno (sfruttando la luce per crescere) senza lasciare spazi liberi, salvo in presenza di terreni poco fertili o frane. Questo permette di evitare smottamenti, migliora la qualità del suolo ed è la base per la creazione degli ecosistemi in cui viviamo.
È così che lavorare il terreno arandolo o rendendolo spoglio, come succede negli orti classici (ma anche nei comuni campi coltivati in maniera intensiva), intacca le proprietà del suolo, rendendolo più esposto ai fenomeni atmosferici e all'aridità.
 

L'utilizzo in orti e frutteti 


Ottima soluzione è quindi evitare di lasciare la terra nuda, coprendola con dell'apposito materiale vegetale. 
Negli orti questa tecnica permetterà la copertura del terreno e la decomposizione del materiale organico aggiunto stimolerà la presenza di lombrichi.
La parte di terra "nascosta" sarà inoltre più umida e sarà di conseguenza minore la quantità di acqua necessaria per irrigare.
La tecnica della pacciamatura può anche consentire di creare un orto in un campo incolto (o tipicamente in un prato) evitando operazioni invasive nel terreno in grado di intaccare la qualità del suolo. 
Nel blog ne ho parlato appositamente qui https://burgibill.blogspot.com/2023/?m=0. 

Anche attorno alle piante da frutto la pacciamatura permette di limitare la crescita delle infestanti (e quindi lo sfalcio dell'erba) e di migliorare il terreno per il rsdicamento.


I materiali da utilizzare 

La pacciamatura può essere effettuata con materiali agricoli di riciclo quali sfalci di erba, rovi, paglia e addirittura carta e cartone (senza residui chimici al loro interno) . 
Non vi sono controindicazioni nel suo utilizzo, se non il pensiero di avere un paesaggio meno ordinato e preciso rispetto al comune.


Una tecnica di contrasto ai cambiamenti climatici

I cambiamenti climatici bussano alla nostra porta. Sempre di più le estati sono calde e secche, con piogge assenti o violente per pochi istanti. 
Minimizzare l'uso dell'irrigazione è un obiettivo che a lungo termine può fare risparmiare soldi e risorse preziose.
La pacciamatura va in questa direzione e a tutti gli effetti può essere considerato un metodo di contrasto al cambiamento climatico. 

mercoledì 20 dicembre 2023

Creare un piccolo orto da un terreno a prato

L'orto, o meglio giardino, è il luogo destinato alla coltivazione di ortaggi, verdure e legumi.
È un laboratorio permanente, con gli obiettivi a lungo termine di migliorare la fertilità del terreno e autoprodursi cibi vegetali.

Sarà ubicato nel luogo più adatto (esposizione al sole, riparo dai venti, pendenza del terreno), con opportune aree interne di movimento, irrigazione e compostaggio.
È opportuno che l'area sia recintata per evitare l'ingresso di animali salvatici e munita di cancelletti per un ingresso agevole.


Le diverse aree nell'orto

Le aree destinate alla semina e coltivazione delle varie specie vegetali sono chiamate bancali, ovvero appezzamenti di pochi metri quadrati di terreno, appositamente studiati e mai calpestati.
Tra un bancale e l'altro ci sarà una zona di transizione (quindi calpestabile) su cui ci si muoverà.
Il bancale sarà leggermente sopraelevato da terra e ospiterà più colture in grado di supportarsi e aiutarsi tra loro. La semina potrà essere diretta (da seme) o via trapianto da vasetto (con piantine con già 3 o 4 foglie).

L'importante è considerare il terreno come in costante mutamento, auspicando e agevolando un continuo aumento della fertilità.


Il mio esperimento 

Nella piccola area adiacente alla casa in cui vivo ho trasformato in pochi mesi un piccolo terreno a prato in un orto.

Le fasi iniziali hanno previsto l'installazione della recinzione, con tondini e scarti di rete riciclata.
In seguito ho proceduto con la costruzione dei bancali. Avvalendomi di carta e materiale organico (letame di cavallo maturo e foglie/rami raccolti direttamente dal bosco) ho creato un primo strato, direttamente appoggiato all'erba.





Ho poi creato i viali di passaggio, scavando la terra e riversandola sui nuovi bancali. Ho tolto i sassi e frantumato le zolle, lasciando poi consolidare i nuovi substrati per qualche settimana. Ho fatto tutto nei mesi invernali, cercando di arrivare pronto per la semina del periodo primaverile.

L'ultimo step è stato la pacciamatura, ovvero la creazione di uno strato di erba secca sopra al bancale in grado di proteggere il terreno dall'erosione e dalle intemperie e mantenere l'umidità nella parte sottostante.


Dopo pochi mesi dalla semina si può notare la nascita delle prime colture (patate e pomodori) poi integrate dalla messa a dimora di bietole, zucchine, fagioli e cavoli.
Il bancale realizzato con il metodo della permacultura sinergica (ovvero coltura permanente) ha un rendimento maggiore rispetto all'orto con il metodo tradizionale, necessita di pochissima acqua d'irrigazione e resiste bene ai periodi estivi di siccità.
Il suolo sotto lo strato di pacciamatura è sempre umido e ricco di lombrichi. Inoltre la corretta consociazione dei vari elementi rafforza i rapporti tra le piante e stimola una forte e sana produzione vegetale.
In ultimo le colture alla fine del loro ciclo produttivo possono essere sostituite da nuove e vigorose, sempre nel rispetto delle distanze e della corretta consociazione.




Per ulteriori consigli o richieste di informazioni invito chiunque a scrivermi e sperimentare il metodo di cui ho scritto.
Anche con pochi metri quadrati a disposizione è possibile autoprodursi cibo e creare una piccola zona di benessere personale!

lunedì 11 dicembre 2023

Elogio dei carboidrati


I carboidrati sono dei macronutrienti insieme a lipidi e proteine.
Sono costituiti da carbonio ed acqua e si dividono in semplici e complessi. 

Carboidrati semplici

I carboidrati semplici sono chiamati genericamente zuccheri. Forniscono al corpo energia immediata e spendibile, dando un picco glicemico elevato.
Tra questi troviamo:
  • Monosaccaridi: glucosio (lo zucchero più comune e diffuso) fruttosio (presente in frutta e verdura) e galattosio (fa parte degli zuccheri del latte).
  • Disaccaridi: saccarosio (comune zucchero da cucina), maltosio (si trova nella birra e nei cereali) e lattosio (lo zucchero del latte).
  • Oligosaccaridi: maltodestrine (usate spesso come integratori)

Carboidrati complessi

Si definiscono complessi invece tutti i carboidrati composti da catene lunghe di unità monosaccaridiche.
Sono metabolizzati con tempi più lunghi poichè devono essere scissi nelle singole unità. Spesso sono impiegati come zuccheri di riserva.
Di questo gruppo fanno parte quindi i polisaccaridi e sono:
  • L’amido (zucchero presente nei vegetali).
  • Le fibre (zucchero strutturale delle piante).
  • Il glicogeno (fonte di riserva degli animali e dunque anche dell’uomo. Lo troviamo depositato a livello di muscoli, fegato e rene).
Circa la metà di tutta l’energia necessaria all’organismo passa attraverso i carboidrati.


Funzioni dei carboidrati

L’assimilazione di questi macronutrienti inizia già dalla bocca, dove la saliva consente la scomposizione delle strutture complesse. A questo punto possono essere utilizzati per vari scopi.
Si rendono disponibili per le cellule come fonte energetica. In particolar modo i globuli rossi e il cervello ne richiedono grandi quantità giornaliere.
Si accumulano come glicogeno di riserva.
Vengono convertiti in grasso qualora siano presenti in eccesso rispetto alle richieste.
Qualora ve ne fosse bisogno, il corpo comunque è in grado di convertire il glucosio a partire da aminoacidi e lipidi.


Elogio dei carboidrati

L’organismo umano è predisposto al consumo di zuccheri più che di proteine. 
In un organismo sano e attivo i carboidrati rappresentano il modo migliore per ottenere l’energia che serve allo svolgimento di tutte le funzioni fisiologiche e delle attività quotidiane.
Il nostro metabolismo infatti ha una via preferenziale per l’utilizzo degli zuccheri rispetto alle proteine, le quali per essere impiegate a scopo energetico vanno trasformate proprio in zuccheri.

I migliori carboidrati sono quelli naturali della frutta, ottimi tutti quelli integrali dei cereali. 
Da evitare assolutamente invece quelli raffinati dello zucchero bianco. Ma anche lo zucchero di canna chiaro e tutti i prodotti preparati con farine bianche.


Fonte

https://www.google.com/amp/s/www.tuttogreen.it/elogio-ai-carboidrati/amp/

giovedì 30 novembre 2023

La teoria dell'insensibilità delle piante di Aristotele. Una dura zavorra, da digerire e smaltire.


Le piante sono esseri viventi insensibili? Privi di reazioni agli stimoli esterni, quali luce, campo magnetico e suoni?
Per lungo tempo una delle teorie dominanti, se non la teoria dominante sul tema, è andata in questa direzione.
L'autore è Aristotele, il "padre della scienza".
Nella sua opera De plantis (l’originale greco dell’opera è perduto), in contrasto con Platone, scrive: 
«La teoria di Platone secondo cui le piante hanno sensazioni e desideri è certo sorprendente, ma non aberrante; per Anassagora, Democrito ed Empedocle esse hanno anche una mente capace di conoscere. 
Noi riteniamo erronee queste teorie, le respingiamo e vogliamo dedicarci ad un sano ragionamento. 
Affermiamo così che le piante non hanno né desiderio né sensazioni, poiché il desiderio non esiste senza la sensazione, e il fine di ciò che vogliamo cambia in relazione alle sensazioni che si hanno. 
Ora, nelle piante non troviamo né la sensazione, né una parte capace di percepire, o qualcosa di somigliante, né una forma determinata, o qualcosa che vi sia prossima, né movimento, né un modo per avvicinarsi all’oggetto percepibile, né un indizio per cui si possa ritenere che esse posseggano la sensazione, e che corrisponda a quei segni per cui sappiamo e constatiamo che le piante si nutrono e crescono».

Secondo Aristotele in problema sta nel fatto che le piante non possiedono capacità percettive.
Egli aggiunge: 
«la capacità di percepire rappresenta il principio comune della vita animale: l’inanimato non ha anima né alcuna sua parte; la pianta, invece, non è tra gli esseri che mancano di anima, perché ne possiede una parte, nemmeno però è un animale, perché non ha facoltà percettiva».


L'influenza della teoria aristotelica 

La teoria di Aristotele ha influenzato il mondo scientifico per 2000 anni e ci ha lasciato in eredità il concetto antropocentrico della superiorità del mondo animale verso quello vegetale e, infine, dell'uomo come essere dotato di qualità uniche.

La storia dimostra però che gli individui vegetali sono stati in grado nel corso della storia di sopravvivere, adeguarsi e evolversi nei contesti più disparati e difficili.
Essi rappresentano il 99,5% della biomassa del nostro pianeta. Una percentuale altissima, che dovrebbe dimostrarci fin da subito le grandi capacità di sensibilità e adattamento. Di tutto quello che è vivo sul nostro pianeta, gli animali rappresentano (in peso) un piccolo 0,5%.


Semplicemente altre caratteristiche, molto più affinate e consolidate delle nostre

Le piante, fra 400 milioni e un miliardo di anni fa, decisero di non spostarsi, ottenendo tutta l’energia necessaria per sopravvivere dal sole attraverso la fotosintesi e adattando il proprio corpo alla predazione e agli altri innumerevoli vincoli derivanti dall’essere sessili. 
Le piante evolsero l'abilità di avvertire con grande anticipazione il più piccolo cambiamento nell’ambiente. Esse sono in grado di sentire anche un elevato numero di parametri (campi magnetici, elettrici, chimici) che non sono normalmente percepiti dagli animali. 
Con tale superiore sensibilità, le piante sono in grado di modificarsi, adattandosi alle nuove condizioni. Questo grazie alle specifiche caratteristiche della loro struttura.

Il punto è che il "corpo" delle piante non ha nulla a che vedere con quello degli animali.
Le cellule vegetali, in primis, hanno la parete cellulare che le differenzia totalmente da quelle animali, che protegge e permette la costruzione di apparati molto evoluti e funzionali (libro, legno, corteccia, etc).

sabato 25 novembre 2023

Le sette sfide della sostenibilità del cibo, by Sharon Cittone

Sharon Cittone è tra le ospiti eccellenti del Women Economic Forum.
Gli argomenti trattati sono stati relativi a carne coltivata, grani antichi e nuove tecnologie.
Cittone propone 7 grandi sfide del futuro del cibo per un mondo più sostenibile, facendo la premessa che pochi consumatori sono consapevoli che il settore agroalimentari incide per circa un terzo sul cambiamento climatico.


1. La carne coltivata


«La questione più importante per un pianeta con una popolazione in crescita e una richiesta di carne in aumento è quella delle proteine complementari e alternative. E la carne coltivata è una soluzione che solo una politica miope può non vedere», spiega Cittone. 

Va ricordato che la carne sintetica e costituita da proteine sintetiche «lavorate in laboratorio senza aggiunta di antibiotici, quindi il meglio che si possa desiderare».


2. Meno allevamenti intensivi


È la concorrenza degli allevamenti intensivi che va combattuta. Quelli a cui sono destinati i foraggi prodotti sul 60% delle terre coltivabili nel mondo. Tanto è il consumo di suolo destinato a nutrire gli animali allevati in batteria. «Considerate che cosa state mangiando: cercate le immagini di un pollo di 50 anni fa e confrontatelo con il pollo com’è oggi. Scoprirete di nutrirvi con dei polli Schwarzenegger, con enormi pettorali, che del pollo hanno pochissimo.


3. Le eccellenze italiane

La carne coltivata non fa concorrenza alle eccellenze. «Anzi, l’allevatore di razza Chianina o la carne prodotta in malga saranno meglio tutelati, proprio in quanto eccellenze italiane. È giusto spendere di più per mangiare meno carne, se è buona e sana».

Ma gli investimenti sui prodotti italiani devono essere coerenti, rispondere a una visione d’insieme. «Non è possibile pagare un ananas un quarto di una mela trentina: il consumatore può darsi torni a casa contento ma il sistema che gli ha proposto questa scelta è sbagliato».


4. L’agricoltura rigenerativa

«Significa, in parte, tornare alla saggezza dei nostri nonni. In parte, innovare. Il futuro del cibo è nell’agricoltura biologica ma anche rigenerativa: quella che punta a salvaguardare il microbioma, rigenerando il suolo. Solo in questo modo torneremo ad avere arance che sanno di arance, e mele di mele, con le proprietà nutrizionali che oggi presumiamo abbiano ma non hanno più», spiega Cittone.

Bando, dunque, allo sfruttamento intensivo del suolo e alle monoculture destinate agli allevamenti. Un’agricoltura buona e rigenerativa è quella che aumenta la biodiversità delle specie vegetali e di quelle microbiche, che integra gli animali e le piante nell’azienda agricola e che consente anche alla terra di riposare.


5. La biodiversità

Nel corso della storia umana, su circa 30.000 specie di piante commestibili, “solo” 6/7mila sono state coltivate a scopo alimentare. E di queste “solo” 170 su scala commercialmente significativa. Ma oggi dipendiamo fortemente solo da una trentina di queste colture. E più del 40% delle nostre calorie giornaliere provengono da solo tre di quelle 30mila: riso, grano e mais. Il fatto che migliaia di colture siano state trascurate o sottoutilizzate non è solo un peccato per tutti i sapori e i nutrienti che ci stiamo perdendo, ma anche per l’agricoltura stessa. Se sono state “trascurate” è magari perché hanno rese basse o semplicemente non sono stati ben studiate e non sono mai entrati nel mercato globale. Sostenute dalle politiche e dai finanziamenti giusti, potrebbero rinascere.

«L’Italia è, in questo senso, un caso scuola: ha una biodiversità unica. Dai grani antichi alle mele: la varietà di alimenti a disposizione per creare una dieta sana e ricca è enorme», spiega Cittone. Prendiamo i legumi: Slow Food ne ha inclusi 300 a bordo della sua Arca del Gusto, di cui 124 in Italia, e ben 48 legumi in Italia sono Presìdi Slow Food. Oppure le olive: In Italia ci sono oltre 538 varietà di alberi di olivo, che producono olive da olio.


6. La filiera

Tra le sfide del futuro del cibo c’è anche una nuova attenzione alla filiera. «Significa chiedersi e pretendere di sapere da dove viene il cibo che si porta in tavola. Sia la carne coltivata, la bistecca di Chianina, l’ananas o il piatto di pasta. Quando sull’etichetta leggete un’ingrediente che fate fatica a pronunciare, non comprate quel prodotto. Stop», dice Cittone.


7. Lo spreco alimentare

«Lo spreco alimentare lungo tutta la filiera è un altro tema importante, con un impatto esorbitante sul portafoglio e sulla salute», conclude Cittone. «Ma un tema decisivo è anche l’impatto degli imballaggi. Compresi i cosiddetti sacchettini biodegradabili, che biodegrabili non sono affatto. Ogni nostra scelta è decisiva: proviamo allora a pesare la nostra zucchina senza sacchetto e a mettere l’etichetta su quella. Cambiare le cose dal basso è possibile».


Qualcosa in più su Sharon Cittone


Indicata da Forbes tra le donne più potenti al mondo che plasmeranno il futuro del cibo, Ciccone ha lavorato nella comunicazione, per poi decidere - in tempi in cui questi argomenti erano ancora senza voce - di approfondire i temi della sostenibilità e dell’innovazione nell’agroalimentare. 
È impegnata nell’empowerment femminile, è parte - tra le altre cariche - dell’advisory board del World Food Programme Italia, e del Global Chair for Food Innovation del G100, una rete internazionale di più di cinquanta donne leader. «I miei interessi - dice - sono questi: il cibo, la sostenibilità, e le donne.


Fonti

https://www.iodonna.it/benessere/diete-alimentazione/2023/11/20/carne-coltivata-grani-antichi-nuove-tecnologie-il-futuro-del-cibo-secondo-sharon-cittone/

https://www.vanityfair.it/article/sharon-cittone-summit-umbria-edible-planet-16-19-settembre-sostenibilita-sistema-cibo

domenica 17 luglio 2022

La droga nella guerra (negli ultimi cent'anni): un aiuto prezioso per superare i limiti umani

La Prima Guerra Mondiale e la cocaina

Sul fronte italiano e tedesco della Prima Guerra Mondiale era consuetudine dare una razione di cocaina (sul fronte italiano in particolare grappa e cocaina), per gli effetti sedativi del dolore e stimolanti all’azione che il mix dava al milite. 
La cocaina soprattutto è stata per molto vista come droga d’elezione per stimolare azioni militari audaci e impavide per i suoi effetti energizzanti, riduzione del senso di fatica, entusiasmo con limitazione del senso di paura, aumento di fiducia, concentrazione e propensione al rischio (anche sconsiderato). 

I nazisti e le anfetamine


La droga più usata dai nazisti fu l'anfetamina. 
I soldati di Hitler, il 14 maggio 1940, conquistarono l'Olanda: fu determinante la loro capacità di combattere senza sosta, giorno e notte, senza dormire. Questa resistenza sarebbe stata garantita dal Pervitin, un "farmaco militarmente prezioso" usato regolarmente anche dal generale Rommel e dallo stesso Hitler.
Il Pervitin fu creato e sviluppato nel 1937 dal medico Fritz Hauschild, rimasto colpito dagli straordinari effetti delle benzedrine sugli atleti americani che avevano partecipato alle Olimpiadi di Berlino nel 1936. 
All'inizio della Seconda Guerra Mondiale veniva distribuita ai soldati dai medici militari. Secondo Der Spiegel, più di 35 milioni di dosi di Pervitin da 3 milligrammi furono confezionate per le forze di terra e aeree tedesche tra l'aprile e il luglio 1940. Per i loro uso massiccio sui tank tedeschi e austriaci le tavolette di Pervitin furono soprannominate Panzerschokolade, "cioccolato per carri armati".


Le anfetamine nella Seconda Guerra Mondiale 

L'esercito giapponese usò molte le metanfetamine tra il 1939 e il 1945.
Nel dopoguerra molti soldati ebbero problemi di dipendenza e faticarono a tornare a una vita libera dalla droga.
Gli alleati usarono invece un mix di anfetamine, ovvero un inalatore di Benzedrine. Gli statunitensi lo impiegarono per un motivo psicologico: non volevano che i propri piloti si sentissero svantaggiati rispetto ai tedeschi. Tuttavia il ricorso alle anfetamine non fu indolore: i piloti alleati accusarono effetti collaterali come forte irritabilità e incapacità di incanalare la concentrazione. Molti militari diventarono dipendenti da queste sostanze e continuarono ad abusarne anche a guerra finita.


Le droghe della guerra in Vietnam

L'eroina, la marijuana e altre droghe furono molto usate dai i soldati americani nel conflitto in Vietnam (1955 - 1975). Si stima che tra il 10 e il 15 per cento dei soldati ne facessero uso costante. Anche qui, per molti ci furono problemi di dipendenza: il presidente Nixon fu costretto a finanziare la prima grande espansione di programmi per il trattamento delle tossicodipendenze.


I tempi odierni e il Modafilin: ottimo per non dormire mai 


Nei tempi moderni un farmaco usato a livello militare è il Modafilin.
Il Modafilin è uno stimolante, creato per curare la narcolessia e inserito nella lista "proibita" delle sostanze dopanti.
E' attualmente testato per prolungare il numero di ore di veglia delle truppe (si arriva a 48 ore senza dormire). Fu dato per la prima volta ai piloti dell'Air Force americana nel 2003 in occasione dell'invasione in Iraq e si lavora ora alla struttura della molecola per prolungare ulteriormente la capacità di rimanere svegli.


I guerrieri dell'Isis e il Captagon

C'è un motore invisibile che toglie ai terroristi dell'Isis anche l'ultimo scampolo di umanità risparmiato da fanatismi e ideologie: si chiama Captagon.
Molto spesso viene usato prima del momento in cui compiono una strage. 
La "droga della Jihad" è un cloridrato di fenetillina, un composto di anfetamina e altre sostanze stimolanti da decenni diffuso nei Paesi del Golfo, e ora diffusosi in modo capillare tra chi combatte la "Guerra Santa".
Gli effetti della droga sono la perdita di giudizio, la resistenza alla fatica, l'euforia e l'abbandono di ogni inibizione. Chi assume il Captagon può non mangiare o dormire per giorni, ed è pervaso da un senso di onnipotenza che fa sentire invincibili. Siringhe con tracce di Captagon - si può anche iniettare - sono state trovate nella casa di uno degli attentatori di Parigi e la stessa droga era nel sangue di uno dei terroristi di Sousse, Tunisia.

sabato 9 luglio 2022

I curdi (I° parte): gli ultimi cento anni del più grande popolo senza stato


I curdi si stima siano tra i 30 e i 40 milioni: si tratta del più grande popolo al mondo senza nazione, sparso su un vasto territorio montagnoso tra gli odierni Turchia, Siria, Iran e Iraq.
La storia dei curdi è un insieme confuso di discriminazione, persecuzione e alleanze tradite, che ne hanno decretato la situazione attuale.
Il Kurdistan infatti, inteso come “Paese dei curdi”, non esiste su alcuna mappa ufficiale.
Le persone vivono divise principalmente tra Turchia (20%), Iraq (15-20%), Siria (10%) e Iran (8%). Non sono né arabi, né persiani, né turchi. Sono la quarta etnia del Medio Oriente. Oggi in maggioranza musulmani sunniti, parlano una lingua di origine indoeuropea.
Con Kurdistan ci si riferisce a un’area geografica per lo più montuosa, vasta oltre 450 mila chilometri quadrati, compresa entro i confine dei quattro paesi sopra citati. Per questo si parla di Kurdistan turco, iracheno, siriano (Rojava) e iraniano. Se fosse unito politicamente, sarebbe tra gli stati più ricchi della regione, considerate le materie prime di cui dispone, dal petrolio alle risorse idriche.


La nascita della questione curda

La nascita della “questione curda” coincide con il tramonto dell’Impero Ottomano e la fine della Prima guerra mondiale. Alla spartizione della Sublime Porta ad opera di Francia e Regno Unito (accordo di Sykes-Picot, 1916), è seguito lo smembramento dei curdi tra i territori delle attuali Turchia sudorientale, Siria nordorientale, Iraq settentrionale e Iran occidentale.
A dare speranza alle aspirazioni nazionaliste di questo popolo, sono state paradossalmente le stesse potenze alleate quando, nel 1920, hanno siglato il Trattato di Sèvres, con cui si definivano i nuovi confini della Turchia. Si tratta dell’unico documento giuridico-politico internazionale che abbia previsto la creazione di uno stato curdo indipendente.
Questa ipotesi è stata fortemente osteggiata dal governo nazionalista guidato da Mustafa Kemal Atatürk. L’accordo è stato così stralciato e sostituito dal Trattato di Losanna (1923), che ha cancellato completamente il riconoscimento delle rivendicazioni curde.


La lotta curda per l'indipendenza

I primi a lanciarsi nella lotta armata per l’autonomia sono stati i curdi iracheni, sotto la guida del clan Barzani. Iniziata negli anni ’30, ha visto una svolta negli anni ’70 ed è culminata nel 1991 con l’istituzione del Kurdistan iracheno. L’ultimo atto di questo travagliato percorso è stato il referendum per l’indipendenza del 2017.
A esprimersi a favore dell’indipendenza era stato il 92% dei partecipanti.
La nascita della regione autonoma è passata attraverso i tradimenti degli Stati Uniti e le tragedie causate da Saddam Hussein. Risale agli anni ’90 la dura repressione della rivolta curda, sostenuta dal presidente statunitense George W. Bush, da parte del dittatore iracheno, che già nel 1988 si era macchiato dell’attacco chimico di Halabja, in cui sono morti 5 mila curdi.


È del 1978, invece, la comparsa sulla scena politica turca del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk). Nato con l’obiettivo di creare una repubblica indipendente curda, è entrato ufficialmente in guerra con Ankara nel 1984.
Il suo fondatore, Abdullah Öcalan, sta scontando dal 1999 l’ergastolo a İmralı, l’isola-penitenziario al largo di Istanbul.
Il Pkk, per aver imbracciato la lotta armata, è considerato a tutti gli effetti un’organizzazione terroristica dalla Turchia, dagli Stati Uniti e, dal 2002, anche dall’Unione europea. Dopo una tregua storica, firmata nel 2013 da Öcalan e Recep Tayyip Erdoğan, attuale presidente turco, all’epoca primo ministro, la guerra interna è ripresa nel 2015.
Il cessate il fuoco è terminato a luglio di quell’anno, dopo che un attentato suicida, attribuito allo Stato Islamico, ha provocato la morte di 33 giovani attivisti curdi a Suruç, vicino al confine siriano. Il Pkk ha accusato le autorità turche di complicità e da quel momento hanno ripreso in mano le armi. La risposta di Ankara non si è fatta attendere.


I curdi e la guerra in Siria

In seguito allo scoppio della guerra siriana nel 2011, nella parte settentrionale del paese si sono creati i presupposti per la nascita della Federazione del Nord della Siria, una regione non ufficialmente riconosciuta, nota anche con il nome di Rojava, dove vivono, secondo le stime, tra 500 mila e 1 milione di curdi.
Il Kurdistan occidentale ha attirato la simpatia di diversi stati occidentali per l’esperimento politico e sociale, messo in atto dal Pyd (Partito dell’unione democratica), che si basa sulla teoria del confederalismo democratico formulata da Öcalan e che tra i sui pilastri ha l’emancipazione femminile.
Nel caos del conflitto siriano e di fronte alla presa di potere dell’Isis tra il nord-ovest dell’Iraq e il nord-est della Siria, gli Stati Uniti, nel 2014, hanno deciso di puntare sui combattenti curdi per fermare l’avanzata jihadista. A riaccendere i riflettori internazionali sulla “questione”, dunque, il loro ruolo nella lotta contro lo Stato Islamico, grazie alla quale i curdi siriani sono riusciti a ritagliarsi quell’autonomia da sempre negata.
In particolare, nel Rojava, a respingere le incursioni del’Is sono state le milizie dell’Ypg, Unità di Protezione Popolare, il braccio armato del Pyd, all’interno del quale le donne hanno giocato un ruolo decisivo, anche dal punto di vista mediatico. Per la Turchia, però, l’Ygp e il Pyd sono rami del Pkk e per questo considerati anch’essi organizzazioni terroristiche.

A causa al ritiro del contingente americano del 2019 dal Kurdistan occidentale, Erdogan ha avuto campo libero per azzerare il progetto politico indipendentista del Rojava. Questo il quadro entro il quale comprendere l’ultimo attacco sferrato da Ankara nel nord della Siria. L’operazione lampo, ribattezzata “Sorgente di pace”, ha provocato centinaia di vittime e 160 mila sfollati.
Dopo due settimane, a Sochi, su spinta del presidente russo Vladimir Putin, è stata firmata una tregua che ha ridefinito gli equilibri nella regione: alla Turchia è stata concessa la possibilità di creare una safe zone, una “zona sicura”, dove trasferire i 3,6 milioni di rifugiati siriani che Ankara ha accolto dall’inizio del conflitto in Siria, mentre i curdi, dopo essere stati abbandonati dagli Stati Uniti, hanno trovato un alleato nel dittatore siriano Bashar al-Assad.

sabato 18 giugno 2022

L'uomo e il latte (I° parte): l'alimento per tutte le età, per ossa forti e corpo sano!



Il falso mito del calcio

Il latte non è essenziale per assumere calcio, anzi i prodotti caseari peggiorano la salute delle ossa.
I Paesi del mondo in cui si beve più latte hanno statisticamente più osteoporosi e fratture del bacino. 
Di pari passo con l’aumento del consumo di latte/latticini e di calcio aumentano anche i fattori di rischio per l’osteoporosi e le fratture ossee. 
Più latte e latticini si assumono, più si hanno perdite ossee.
Ci sono eccellenti fonti vegetali di calcio che non provocano acidosi metabolica; anzi, sono alcalinizzanti e aiutano la salute delle ossa. I broccoli, il cavolo, gli altri ortaggi a foglia verde, i semi di sesamo, il tahini, il tofu con aggiunta di calcio e i latti vegetali e succhi di frutta fortificati hanno quantità adeguate di calcio che soddisfano il fabbisogno giornaliero.
Il fattore in assoluto più importante per la salute delle ossa è il movimento. Per aumentare e mantenere la densità ossea, è necessario porre sotto tensione le ossa regolarmente.
Anche la vitamina D ha un importante ruolo nella salute delle ossa. Indipendentemente dalla quantità di calcio che si consuma, per assorbirlo serve la vitamina D. Oltre il 90% della popolazione mondiale ha livelli di vitamina D insufficienti o carenti.


La caseina e i prodotti caseari

La caseina, la principale proteina del latte, provoca dipendenza psicologica ed è un potente promotore del cancro.
Inoltre i prodotti lattiero-caseari contengono ormoni, allergeni, lattosio, grassi saturi, colesterolo e pesticidi: tutte sostanze che possono causare nel tempo seri problemi di salute.
Producono alti livelli di grassi saturi e colesterolo, note cause di aterosclerosi e cardiopatia arteriosclerotica (ASHD).


Il lattosio

Il lattosio è uno zucchero contenuto nel latte che viene scisso nell’organismo ottenendo un altro zucchero, il galattosio.
A sua volta, il galattosio viene ulteriormente catabolizzato da enzimi.
Secondo uno studio condotto dal dr. Daniel Cramer (e collaboratori) a Harvard, quando il consumo di latticini eccede quantitativamente la possibilità enzimatica di catabolizzare il galattosio, questo può accumularsi nel sangue e può danneggiare le ovaie femminili.
Alcune donne possiedono livelli di questi enzimi particolarmente bassi e il consumo regolare di derivati del latte può triplicare in loro il rischio di sviluppare cancro ovarico.


Il latte e le malattie correlate

I tumori della mammella e della prostata sono stati messi in relazione con il consumo di derivati del latte, correlazione presumibilmente riferibile, almeno in parte, ad aumentati livelli plasmatici di un composto denominato Insulin-like Growth Factor (IGF-I).
Questo fattore, isolato nel latte vaccino, è stato ritrovato a livelli plasmatici elevati nei soggetti che consumino regolarmente latticini .
Altri principi nutritivi che aumenterebbero i livelli di IGF-I sono presenti nel latte vaccino.
Uno studio recente mostra come soggetti maschili che presentino elevati livelli di IGF-I avrebbero un rischio quattro volte maggiore di sviluppare cancro prostatico, quando confrontati con i soggetti nei quali i livelli di questo fattore sono bassi.
Un ulteriore studio realizzato dal National Cancer Institute, dal National Institute of Health e dal World Cancer Research Fund condotto su 52.795 donne dimostra che:
  • consumare 1/3 di tazza di latte bovino al giorno aumenta del 30% la possibilità di sviluppare il cancro al seno;
  • consumare 1 tazza di latte bovino al giorno aumenta del 50% le probabilità di sviluppare il cancro al seno;
  • consumare 2-3 tazze di latte bovino al giorno aumenta dell”80% le probabilità di sviluppare il cancro al seno.
“Quello che è molto chiaro è che chi beve latte e mangia formaggi si ammala di più di cancro alla prostata." "La mia personale raccomandazione è di andare piano con i latticini, perchè i latticini non servono a niente". E i malati di tumore che hanno alti livelli nel sangue di fattori di crescita, come IGF1, che è stimolato dal consumo di latte, hanno una prognosi peggiore” (Franco Berrino).
Inoltre “I latticini contribuiscono significativamente ad elevare il contenuto di colesterolo e grassi nella dieta – è spiegato sul sito della SSNV – e le diete ad elevato contenuto di grassi, soprattutto grassi saturi, possono aumentare il rischio di parecchie malattie croniche, comprese le malattie cardiovascolari”.
Infine, “studi epidemiologici in diversi Paesi dimostrano la presenza di una forte correlazione tra l’uso di latticini e l’incidenza di diabete insulino-dipendente“.


Un'overdose proteica

Il latte vaccino, dovendo servire ai vitelli, che hanno una velocità d’accrescimento fisico notevolmente superiore a quella umana (raddoppiano il proprio peso dopo appena 47 giorni dalla nascita, mentre il neonato umano lo raddoppia in 180 giorni), contiene dal 3,5% al 5% di proteine, contro l’1,2% del latte umano. Tale notevole quantità di proteine nel latte di mucca costituisce, quindi, una autentica overdose proteica per un essere umano.
Si è cosi accertato che quando le proteine superano il normale fabbisogno del mammifero che assume un determinato latte, l’eccesso determina un sovraccarico per il fegato e le reni, che hanno il compito di eliminare i prodotti del metabolismo proteico.


Bibliografia 
Le informazioni sono tratte dalle seguenti opere:
Mills M. - Fattori promotori del cancro nel latte
Barnard N. - Ciò che l’industria del latte non vuol farti sapere
Berrino F. - 4 pilastri della nutrizione
Campbell T. C. - The China study

giovedì 21 aprile 2022

Razzismo e odio razziale...due parole sul tema!


Diverso spesso è uguale a ignoto. 
E l'ignoto, o il non ben conosciuto, potrebbe non essere piacevole, ma anzi, far paura, generando emozioni e sentimenti negativi, come l'ansia e il senso di insicurezza dovuto alla messa in discussione della propria identità ed esistenza.
Inoltre, gli esseri umani hanno bisogno di appartenere a un gruppo. 
Per consolidare la propria appartenenza e il proprio ruolo nel gruppo, si può arrivare a identificare il "diverso" come estraneo, come un nemico.
La paura dell'estraneo può portare ad attaccare e combattere chiunque sia diverso da sè, a consolidare la propria appartenenza a un gruppo o a una comunità, riconfermando di conseguenza la propria identità ed esistenza, il proprio ruolo e potere.


Atteggiamenti mentali, meccanismi...l'unica soluzione è studiarli, capirli e imparare a usarli (come strumento di crescita personale e sociale)

Gli atteggiamenti di odio sono generalmente basati sulla paura. 
Provengono da meccanismi primitivi di sopravvivenza di temere tutto ciò che ci sembra diverso. 
Le persone dovrebbero essere coscienti di questi meccanismi, dovrebbero sentirsi emotivamente competenti, preoccupandosi delle proprie emozioni positive, ma anche di quelle negative.
La capacità di mettere in discussione le nostre emozioni ci permette di comprendere meglio le nostre radici e chi siamo. 
Conoscere meglio chi siamo, le emozioni che proviamo e i comportamenti che mettiamo in atto in situazioni specifiche, ci aiutano ad individuare strategie per far fronte a situazioni stressanti.
I nostri atteggiamenti, verso chi è diverso da noi, si manifestano in due vie: in maniera esplicita (quella che dichiariamo apertamente) o in maniera implicita (dove inconsciamente ci affidiamo a degli stereotipi, anche se crediamo di comportarci in modio equo).
Questi diversi tipi di atteggiamenti sono dovuti all'evoluzione della corteccia celebrale, una struttura complessa che ha il ruolo di regolare le emozioni ed è sensibile all'educazione, alle nuove informazioni e al ragionamento. Grazie a questa area del sistema nervoso, noi siamo agenti capaci di valutare razionalmente, di esprimere decisioni e ragionamenti. 
Possiamo, nonostante ciò, mettere in atto reazioni instintuali. 


Oltre alla consapevolezza: dare un nome alle emozioni

Per arrivare a una piccola conclusione, occorre dare un nome alle emozioni se le si vuole usare. 
Essere consapevoli delle nostre emozioni non è sufficiente. Occorre conoscerle, dargli un nome ed esprimerle correttamente.
Essere consapevoli dei nostri pregiudizi consci e inconsci e delle emozioni ad essi correlati è essenziale per iniziare a conoscere meglio noi stessi e gli altri.
Conoscere chi siamo, con le nostre emozioni positive e negative, ci aiuta a riconoscere gli altri, come esseri umani che utilizzano l'empatia come competenza per instaurare il dialogo. 

giovedì 28 ottobre 2021

L'igienismo o igiene naturale: la storia di un pensiero rivoluzionario


L’igienismo non è un semplice sistema alimentare, ma un vero e proprio stile di vita, in grado di restituire o favorire l’equilibrio e la salute.
O almeno questa è l'ambizione della corrente medico - filosofica nata e sviluppatasi negli Stati Uniti due secoli fa.
Si può dire che nelle società umane l’igiene naturale nacque dal bisogno di recuperare il proprio posto nella natura. A causa dei limiti fisici che la natura ha imposto alle nostre conoscenze, la storia e la preistoria conosciute, e parte della preistoria sommersa, non possono fornirci informazioni dettagliate sull’argomento, anche se possiamo ipotizzare che molto tempo prima dell’arrivo dei medici, l’uomo fosse in grado di prendersi cura della propria salute in piena autonomia, mantenendo un maggior contatto con sé stesso e il mondo esterno.


I precursori dell'igienismo

L’igiene naturale come filosofia di vita é comparsa in alcune figure di spicco che possono essere considerate come i precursori dell’igienismo moderno. Pitagora (600 a.C.) fondò la prima confraternita vegetariana-igienista della storia, seguito dai suoi allievi Platone, Socrate, Aristotele, tutti vegetariani, come anche Epicuro e Zenone (IV secolo d.C.), Seneca e l’imperatore Marco Aurelio.
In tempi piú recenti Leonardo da Vinci (XIV secolo d.C) parlava di come preservare la salute, come anche il naturalista Paracelso. Grazie alle menti di molti altri personaggi che ne adottarono i principi, una nuova concezione di salute si affacciava sempre più all’orizzonte dell’umanità, fino alla sua ascesa conclamata durante la rivoluzione industriale.


L'igiene naturale moderna

L’igiene naturale moderna è una filosofia di vita fondata sulla conoscenza e il rispetto delle leggi della vita.
Nacque agli inizi del 1800 negli Stati Uniti, da una costola della medicina. Le sue basi sono mediche, le sue pratiche no. 
Isaac Jennings (1788-1874) è attualmente considerato il padre fondatore, seguito dai principali pionieri Sylvester Graham (1794-1851), Russell Thacker Trall (1812-1877) e John Tilden (1851-1940) che hanno aperto la strada a una rivoluzione della salute imponente. 
Jennings smise di prescrivere farmaci e trovò che i suoi pazienti non solo non morivano ma guarivano da soli, ed elaborò un metodo che consisteva nel lasciar fare alla natura, fondando l’Ortopatia.
Graham si oppose alla demonizzazione di frutta e verdura durante l’epidemia di colera e attuò una riforma epocale tra le proteste degli industriali, oltre a realizzare un’opera scientifica rivoluzionaria sulla vita umana. 
Trall fuse queste ed altre produzioni intellettuali dell’epoca in un’unica scienza. 
In seguito Tilden formulò la Teoria della Tossiemia, che costituisce il sigillo della Scienza Igienista: la causa di tutte le malattie. 
Un secolo dopo fu principalmente Herbert Shelton (1895-1985) a riassumere in un’opera tanto vasta quanto incredibilmente ricca una tale mole di conoscenze igienistiche da mettere a soqquadro gran parte dei pregiudizi in voga. 
Il suo lavoro di disseppellimento venne collateralmente svolto anche da veterani come Felix Oswald, Mary Gove, Charles Page, T.C.Fry, James Jackson e molti altri che dedicarono la propria vita alla causa. Particolarmente importanti, anche se non direttamente collegati con il movimento, furono i lavori di Arnold Ehret (1866-1922) e William Bates (1860-1931) che anticiparono l’era moderna. 
L’ascesa dell’igienismo fu rallentata ed infine impedita dalla rivoluzione industriale, durante la quale si formarono i grandi gruppi finanziari, medici e farmaceutici. In tempi recenti esso ha ripreso a diffondersi grazie all’impegno di pochi esponenti in varie parti del mondo che continuano a mantenere vivi i suoi insegnamenti.


La Tossiemia e la visione della malattia

Ogni snervamento che conduce all’esaurimento dell’energia nevosa blocca l’eliminazione dei rifiuti nell’organismo, che cominciano ad accumularsi nel corpo ostacolando le sue funzioni. A questo punto la malattia interviene per eliminare le tossine. Dal momento che ogni patologia è autogenerata con lo scopo preciso di sgombrare l’immondizia, nessun igienista al mondo si metterebbe mai a curare la malattia, poiché essa rappresenta il processo naturale di autoguarigione innescato dalla tossiemia (sangue tossico). 
L’igienista mette in guardia il paziente dalle abitudini snervanti e lo educa al vivere sano, in armonia con le condizioni e i materiali utili o favorevoli al suo ristabilimento e che gli permettono di autogestire la propria salute.
Il rispetto e l’applicazione corretta delle leggi della vita sono tutto ciò che è necessario all’uomo per restare in salute fino alla morte o per recuperarla, per quanto possibile. La zona igienistica è compresa entro tali limiti e l’igienista non deve fare altro che mostrarli al paziente. I princípi igienisti sono ancora molto attuali, perché fondati sull’esistenza di leggi immutabili ed eterne, scientificamente osservabili dall’inizio appare come un processo “speciale”.


I cardini della teoria igienista
  1. Nell'organizzazione della vita fino alla cellula, non ci potrebbe essere posto per il "caso". In altre parole, la teoria dei batteri, virus, o microbi, sarebbe a loro dire sbagliata.
  2. L'organismo umano possiederebbe, da solo, la capacità di rimediare al disordine (la malattia) grazie alla sua capacità di auto-guarirsi, eliminando le cause che hanno originato lo squilibrio interno del nostro organismo.
  3. Contrariamente alla medicina, che secondo gli igienisti si occuperebbe di sopprimere i sintomi, l'igienismo dichiara di volersi concentrare sull'"organismo tutto intero".
  4. Tutto è disciplinato dall'"osservanza delle leggi naturali". Di qui l'importanza di conoscere quelle che l'igienismo definisce le leggi della vita e quelle che disciplinano la specie umana in particolare.
Elementi fondamentali per mettere in pratica i cardini sono il digiuno, la dieta e il riposo.
Il digiuno intensifica il lavoro di disintossicazione, incrementando l'azione degli emuntori e rendendo possibile l'autolisi, dalla quale consegue la distruzione degli eventuali accumuli patogeni e delle cellule degenerate: in questo modo il digiuno, secondo l'igienismo, è il processo di autoguarigione del corpo.
Circa la dieta, gli igienisti hanno sempre considerato il regime puramente vegetariano come ideale. Ci sono però anche versioni più restrittive considerate come migliori regimi dietetici, vale a dire i regimi vegano e crudista. Molta importanza viene data, sempre all'interno del capitolo dieta, alle buone abitudini a tavola:  le combinazioni alimentari, non bere durante i pasti, non mangiare se non si ha fame, non mangiare fuori dai pasti e mangiare la giusta dose, senza accumulare o perdere peso.
Ultimo pilastro del processo di autoguarigione secondo l'igienismo è il riposo, inteso come astensione dall'attività fisica, mentale, emozionale. Esso consente all'organismo di disporre di più energia da destinare alla riparazione dei tessuti malati o danneggiati.

mercoledì 24 marzo 2021

Il caso Riace: quando la politica dall'alto abbatte la politica dal basso


Il 2 ottobre 2018, l’allora sindaco di Riace (Calabria), Mimmo Lucano viene arrestato. 
Le accuse sono pesanti: quindici capi di imputazione, che vanno dalla truffa agli abusi d’ufficio, all’associazione per delinquere, fino al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.
L’uomo capace di costruire un “modello” di integrazione unico e stimato in tutto il mondo si trova al centro del dramma di una inchiesta giudiziaria e dell’esilio.


L'inizio del processo

Il processo sin dall’inizio appare come un processo “speciale”.
Si apre l’11 giugno del 2019 in una Locri blindata, con un imponente schieramento di polizia a protezione del Tribunale.
Nella prima fase è il capo della Procura di Locri, Luigi D’Alessio, a parlare. Il suo giudizio su Lucano è perentorio: «Su Riace si è speculato, sono spariti almeno 2 milioni di euro. Riteniamo che Lucano li abbia usati per fini personali. Ma a volte il tornaconto può essere anche politico, d’immagine».
Dopo più di due anni da quell’intervista dei due milioni “spariti” e trafugati da Lucano non vi è traccia. Molte sono le ore di intercettazioni, le analisi sui movimenti dei conti correnti dell’ex sindaco e dei suoi familiari. Ma non vi è traccia di irregolarità.
E poi c’è l’interesse elettorale. Nel 2017 si svolsero le elezioni politiche, europee, regionali, in cui Lucano ebbe numerose offerte di candidature. Lucano di decise di non candidarsi.


Il super testimone del processo

Dall’inizio del processo, la Procura ha a disposizione un supertestimone: un commerciante di Riace che afferma di aver avuto forti pressioni da Lucano per emettere una serie di fatture false (il suo nome è Francesco Ruga).
Anch’egli viveva dentro il “modello Riace”. Dapprima Ruga è un fan del sindaco, poi i rapporti si incrinano.
Circolano allora decine di messaggi e minacce: «Mi autodenuncio, dico tutto, sta pappania è finita» (Lucano è stato costretto a rivolgersi ai carabinieri, a causa del tono molesto, minaccioso e ricattatorio). Ruga, a sua volta, presenta una denuncia alla Guardia di Finanza.


Altre accuse al "modello" e a Lucano

La procura porta in tribunale anche le ispezioni fatte da un funzionario di prefettura, il dottor Salvatore del Giglio. 
Nel luglio 2016 ispeziona il modello Riace, ne evidenzia gli aspetti positivi, ma poi rileva che la convenzione con gli enti gestori, le cooperative, è avvenuta in «mancanza di evidenza pubblica». Non si sono fatte gare. 
(Qualche mese dopo la sua deposizione, il dottor del Giglio viene inquisito dalla procura di Palmi per lo scandalo del centro di accoglienza Villa Cristina, nel comune di Varapodio.)


Qualche piccolo grande sospetto

Si affaccia un sospetto: che lo Stato abbia deciso l’abbattimento a tavolino del modello di Riace?. Al Viminale c’era l’allora Ministro dell’interno Matteo Salvini, il quale si era espresso più volte in termini negativi verso la figura di Lucano.
Forse Lucano era un pezzo grosso perfetto perfetto da attaccare: “a Riace va bene, il modello funziona, tuttavia ci sono una serie di norme e regolamenti violati o non rispettati” (questi sono i titoli di numerosi quotidiani di destra del periodo).

Solo una relazione non viene resa pubblica e scompare nei cassetti della Prefettura di Reggio, quella firmata dal viceprefetto Francesco Campolo. La descrizione che il funzionario fa di Riace è entusiastica, il linguaggio poco burocratico, netto il giudizio su Lucano, «un uomo che ha dedicato all’accoglienza buona parte della propria vita», clamorosa la denuncia sul blocco dei finanziamenti operato in quei mesi dal Viminale e voluto da Salvini. Quella pagine, che in prefettura giudicano «una favoletta», spariranno per mesi. Per averne copia gli avvocati difensori di Lucano, Antonio Mazzone e Andrea Daqua impiegheranno un anno, ma solo dopo aver scritto un esposto alla Procura di Reggio Calabria.

lunedì 22 marzo 2021

L'utopia a favore dell'immigrazione: il modello Riace di Domenico Lucano


Il "modello Riace" nacque quasi per caso nel 1998, quando una barca di profughi curdi raggiunse le coste di Riace. In risposta all'evento, Domenico Lucano (allora professore), decise di impegnarsi per l'integrazione dei migranti nel paese. Nel 2004 divenne sindaco, per poi vincere le elezioni per altri due mandati.


Il modello Riace

Il suo modello di accoglienza, il cosiddetto 'modello Riace', si basa sul rovesciamento di prospettiva tra stato e immigrato: l'adesione al sistema SPRAR viene cisto come un mezzo per ottenere fondi regionali o mutui per la ristrutturazione delle case dismesse. Inoltre, attraverso le associazioni viene data accoglienza e ospitalità ai rifugiati e ai richiedenti asilo, i quali potranno lavorare nel comune attraverso laboratori artigiani di tessitura, lavorazione del vetro, confettura. 
Altre misura intrapresa in attesa dell'erogazione in ritardo dei fondi risulta la creazione della moneta locale: l'euro di Riace, vale a dire una sorta di bonus di spesa utilizzabile anche dai turisti. 
Nel 2017, il modello coinvolgeva 550 migranti ospitati a Riace; in tutto dalla cittadina si stima siano passati 6000 migranti.
Ai bambini fu data la possibilità di frequentare sia la scuola che l’asilo, quest’ultimo finanziato dalla Regione Calabria (nel 2017 ospitava 30 minori, tutti di diversa nazionalità, dando lavoro a 14 operatori). 
Le scuole (primaria, elementare e media) furono attive e multietniche allo stesso modo, così come anche il doposcuola. Sempre nel 2017 fu inaugurata una fattoria didattica dove la gente del luogo lavorava insieme ai migranti allevando animali e coltivando prodotti della terra con metodi equi e sostenibili. Numerosi furono anche gli immigrati impiegati nei bar e nelle panetterie della zona , oltre che nel sistema di raccolta differenziata “porta a porta”.


Elogi al modello e riconoscimenti a Lucano

Il modello ha contrastato lo spopolamento recuperando le case abbandonate e ha salvato i vecchi mestieri e le attività artigianali tramandadoli ai nuovi arrivati.
Il modello è stato studiato e adottato come esempio nell'ambito della crisi dei rifugiati in Europa".
Nel 2016 Lucano viene inserito tra i 50 più importanti leader del mondo (al 40º posto) dalla rivista Fortune. 


L'anno successivo, nel 2017 il sindaco riceve il premio per la Pace Dresda 2017 che assegna l'omonima città tedesca e il Los Angeles Times redigerà un intero articolo sul paese.
Commentando l'inserimento del suo nome nella classifica, Lucano aveva detto: "Siamo 'il paese dell'accoglienza' e questo è arrivato in ogni parte del mondo. Dobbiamo essere orgogliosi".


La fine del modello Riace e l'arresto di Lucano

Il “modello” è stato travolto dall’inchiesta della procura di Locri, denominata “Xenia” e il primo cittadino Lucano è finito agli arresti domiciliari.
L’accusa rivolta a Lucano è di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e affidamento fraudolento diretto del servizio di raccolta dei rifiuti a due cooperative della zona. Per la compagna di Lucano, Tesfahun Lemlem, (indagata per concorso nel reato di immigrazione clandestina) è stato disposto invece il divieto di dimora.
L’indagine contro Lucano e altre 31 persone per presunte irregolarità nella gestione del sistema di accoglienza a Riace era cominciata un anno e mezzo fa e nell’ottobre del 2017 al sindaco calabrese era stato recapitato un avviso di garanzia per truffa aggravata, concussione e abuso d’ufficio. 
Secondo la nota diffusa dalla procura il 2 ottobre, Lucano avrebbe organizzato un matrimonio “di comodo” tra un’immigrata nigeriana e un cittadino italiano. Alla base di questa accusa c’è un’intercettazione telefonica in cui Lucano parla della possibilità che una donna, a cui è stato negato l’asilo tre volte, sia regolarizzata attraverso il matrimonio con un abitante di Riace. 

sabato 20 marzo 2021

Le alghe in cucina: una cultura millenaria!


Le alghe rappresentano un importante alimento per la completezza degli elementi nutrizionali contenuti; inoltre il loro utilizzo in cucina è millenario.
La tradizione dell'uso in cucina della alghe è stata molto forte nel bacino del Mediterraneo (si pensi alla Sicilia, dove spesso fino a qualche tempo fa si trovavano le alghe in vendita come le comune verdure), e non è solo tipica dell'Oriente.
Sono comunque numerosi i paesi che presentano le alghe nella loro consueta alimentazione (solo per citarne qualcuno: Filippine, Hawaii, Australia, Islanda e molti stati del Sud America).


I benefici dell'uso delle alghe in cucina

Le alghe presentano elementi che vengono dal mare e che non potremmo assimilare in altro modo: lo iodio, il ferro, il calcio, il fosforo, le vitamine (soprattutto la A e la E ma alcune addirittura di vitamina B12!) e le proteine. Inoltre, come le verdure di terra sono organismi fotosintetici e contengono, quindi, clorofilla.
Secondo la medicina tradizionale cinese le alghe dovrebbero accompagnare il pesce per equilibrarlo, poiché esiste una relazione armonica tra la vita marina animale e quella vegetale, esattamente come le verdure di terra dovrebbero sempre accompagnare i cibi animali poiché la stessa relazione esiste fra verdure e animali di terra.
Le alghe permettono di scaricare eccessi di sale vecchio e grassi, ma soprattutto permettono di proteggere l’organismo dai metalli pesanti e dalle radiazioni. Questa qualità è dovuta alla presenza di acido alginico. Le alghe brune ne sono particolarmente ricche.
Le alghe contribuiscono a rafforzare l’intestino (grazie alla presenza di mucillagini), il fegato, il pancreas, gli organi riproduttivi e la circolazione, migliorano la struttura dei capelli ed essendo ricche di calcio, rinforzano ossa e denti.


Le principali alghe usate un cucina

Le principali alghe usate in cucine sono classificate in brune (Kombu, Wakame, Hijiki, Arame) e rosse (Nori, Dulse, Agar-agar).
L’alga Kombu ha consistenza dura e spessa ed è di colore verde scuro. Tradizionalmente veniva usata dalle donne orientali per scurirsi a capelli. Contiene molti sali minerali, in particolare sodio e calcio e contiene più carboidrati rispetto alle altre alghe. E’ ricchissima inoltre di acido alginico, utile per rinforzare le pareti intestinali. E’ molto ricca anche di iodio, Gli effetti benefici per l’organismo sono moltissimi: ha effetto disintossicante, rafforza il sistema immunitario e stimola il metabolismo, migliora la digestione e le funzioni intestinali, favorisce la circolazione ed ha effetto alcalinizzante. Utile anche in caso di ipertensione e per la perdita di peso.L’alga Wakame è una parente stretta della Kombu. E’ l’alga che si usa per la zuppa di miso e che con le sue mucillagini aiuta quotidianamente a rinforzare l’intestino. E’ ricca di calcio, magnesio, ferro, fosforo, sodio, vitamina C e vitamine del gruppo B. E’ un’alga ricca di proteine, amminoacidi essenziali, come il triptofano, che la rendono un alimento complementare alle tradizionali fonti di proteine vegetali. Ha proprietà anticoagulanti, antibiotiche, disintossicanti per il fegato e protettive per l’intestino. Utilissima anche per patologie gastriche quali: gastrite, ulcera, pirosi, reflusso. Inoltre contiene iodio e selenio, due minerali essenziali per l’equilibrio tiroideo, quindi per il corretto funzionamento del metabolismo corporeo e il consumo dei grassi.
L’alga Hikiki cresce a profondità maggiori delle altre alghe e si arricchisce maggiormente di sali minerali. E’ più corposa e va cotta più a lungo. E’ di colore nero. Come l’Arame viene usata insieme a radici o tofu o cereali e altri cibi per dare un sapore più particolare. Anch’essa è ricca di ferro ed è l’alga più ricca di calcio (ne contiene 14 volte più del latte!). Contiene, inoltre, fosforo, carboidrati e proteine. Ha potere cicatrizzante, favorisce l’abbassamento del colesterolo, aiuta a mantenere costante la glicemia, restituisce il colore naturale ai capelli.
L’alga Arame è un’alga filiforme, di colore marrone scuro e sapore delicato; è l’alga che per prima si ad inserire nella dieta quando non si è abituati a mangiare le alghe. E’ ricca di ferro, calcio e magnesio, iodio e potassio. E’ buona fonte, come altre alghe, di proteine vegetali. Contiene beta-carotene. Ha numerose proprietà benefiche per l’organismo: ha potere dimagrante (ha basso contenuto di calorie, non contiene grassi ed è ricca di fibre), agisce efficacemente contro la stipsi, contiene fitoestrogeni antiossidanti che aiutano a neutralizzare gli effetti dannosi dei radicali liberi, aiuta a prevenire l’osteoporosi, combatte l’anemia da carenza di ferro, tonifica e nutre la nostra pelle, grazie a tutti i minerali che contiene, ha proprietà antivirali.
L’alga Nori che si trova in commercio somiglia a un sottile foglio di carte scura che è il risultato della pressatura ed essiccazione delle alghe. E’ un’alga friabile e dal sapore delicato poiché cresce in posti riparati sulle coste, dove l’acqua dolce si unisce a quella salata (foci ad esempio). E’ ricchissima di proteine e vitamine A, C e B1 e contiene anche ferro, fosforo e calcio. E’ utile per le donne incinte. Come tutte le alghe, contribuisce enormemente a sciogliere i depositi di grassi, riduce il colesterolo e facilita la digestione.
L’alga Agar Agar si può chiamare anche “Kanten”; questo è il nome giapponese dell’agar agar che fa parte delle alghe rosse. Non contiene molti fattori nutritivi (a differenza delle altre) ed è priva di calorie ma la sua proprietà è quella di diventare gelatinosa quando, dopo avere bollito insieme ad un qualunque liquido, raffredda. Per questa sua caratteristica viene usato per la preparazione di geli e budini. È utile per perdere peso in quanto, grazie alla sua proprietà di creare massa, ha effetto saziante. Ha, inoltre, proprietà diuretiche.
In Sicilia numerose sono le alghe utilizzate nell’alimentazione: Chondrus crispus, Calliblepharis jubata, Grateloupia filicina e Gigartina acicularis. L'alga Chondrus crispus viene utilizzata nelle insalate e per preparare zuppe e minestre. La Grateloupia filicina è un'alga rossa, che ha un colore verde violaceo intenso nei tratti basali del tallo. Il piatto tipico siciliano contenente le alghe è il Mauru, che non è che un’insalata a base di alghe rosse.