Visualizzazione post con etichetta Sviluppo alternativo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Sviluppo alternativo. Mostra tutti i post

domenica 23 giugno 2024

Le grandi muraglie verdi (II parte): in Cina


La Great Green Wall è la muraglia verde che la Cina sta ricostruendo con l'obiettivo di fermare l'avanzata del deserto e preservare le terre dalle tempeste di sabbia.
Il deserto occupa una grossa parte della Cina occidentale ed è in continua espansione.


Il deserto del Gobi


Il deserto in questione è il deserto del Gobi che si estende fino alla Mongolia ed è considerato uno luoghi più aridi della Terra. 
La desertificazione è un fenomeno che si è presentato per secoli a causa del disboscamento e di un’agricoltura irresponsabile. 

Più volte nel corso della storia questi luoghi sono stati abbandonati a causa del deserto e più volte dopo l’abbandono da parte dell’uomo la vegetazione è ritornata. 
Tuttavia con l’enorme crescita della popolazione nell’ultimo secolo, il problema si è ripresentato con un’intensità spaventosa.
Le persone che abitavano nelle zone limitrofe hanno visto le colline circostanti, un tempo ricoperte da foresta, trasformarsi in dune di sabbia. 
Milioni di persone si stanno spostando verso est dove ci sono le grandi città. 
I pascoli, che rappresentano la principale fonte di sostentamento di queste zone, sono spesso in balia delle tempeste di sabbia, che sono in grado di stendere uno strato di parecchi centimetri di sabbia e decimare la vegetazione. Le tempeste di sabbia possono assumere dimensioni impressionanti e viaggiare per migliaia di chilometri come quelle che gli ultimi anni hanno raggiunto anche la capitale, Pechino dando vita a scenari apocalittici.



Il piano di riforestazione: una muraglia di alberi per contenere il deserto


Il piano prevede una sorta di muro di alberi, con una larghezza di almeno 50 metri e una larghezza di circa 4500 chilometri. L’obiettivo è quello di aumentare la copertura delle foreste nelle regioni interessate dal 5% al 15%.

Il rimboschimento viene applicato in più modi. Nella prima fase vengono seminate strisce d’erba e arbusti tipici delle zone desertiche e nella seconda linea vengono impiantate specie di alberi particolarmente resistenti alla siccità e all’aridità, come ad esempio il pioppo nero. Vengono assunte delle vere e proprie squadre di “riforestatori" che si occupano di mettere a dimora delle enormi distese di piantine. In alcuni casi dove il suolo non è troppo arido le sementi vengono gettate anche per via aerea.

Il piano non è ancora finito perchè andrà avanti almeno fino al 2050, ma si sono visti molti risultati. 
La copertura delle foreste nelle regioni del Nord è passata dal 5% al 13,5%. Un dato incredibile se si pensa che l’area interessata è grande quanto l’intera Europa Occidentale.

Negli ultimi decenni sono stati piantati 13 milioni di ettari di alberi come muro di riparo dal vento, un’area grande quanto la Grecia, ed è stata così recuperata una porzione di deserto grande quanto l’Italia.
Dopo anni di perdita del suolo sembra che la desertificazione si stia fermando e la foresta cresce molto più rapidamente del deserto.

Nelle zone dove sono stati piantati i primi alberi la foresta è diventata ormai matura e le precipitazioni sono aumentate. 
Grazie alle piante il suolo è in grado di trattenere l’acqua piovana e i corsi d’acqua hanno aumentato il loro flusso. Grazie alla vegetazione infatti la pioggia viene assorbita dalle piante o resta nel suolo mentre nei deserti anche se piove l’acqua è esposta al sole ed evapora subito.
In luoghi dove prima il suolo era arido ora ci sono anche dei parchi naturali, come ad esempio il Parco Forestale Nazionale di Saihanba, oggi tra le principali attrazioni del Nord della Cina.


Le critiche al progetto

La critica principale riguarda la scelta di usare la monocoltura, ovvero una sola specie di piante, cosa che rende queste foreste particolarmente fragili in caso di epidemia. Altre problematiche legate alla monocoltura sono anche il consumo del suolo e la difficoltà per gli animali ad insediarsi in un ambiente così omogeneo.

Altre organizzazioni hanno lamentato come in alcuni casi gli alberi impiantati siano stati lasciati a se stessi, come se, fatta la prima mossa, la natura fosse in grado di risistemare tutto. Nel 2008 ad esempio il 1/5 degli alberi impiantati non è sopravvissuto e in inverno le forti tempeste hanno distrutto il 10% del lavoro di quell’anno, tanto che la Banca Mondiale ha intimato il governo cinese a puntare più sulla qualità che sulla quantità.


Fonti:

https://ecobnb.it/blog/2019/07/cina-alberi-fermare-deserto/

mercoledì 20 dicembre 2023

Creare un piccolo orto da un terreno a prato

L'orto, o meglio giardino, è il luogo destinato alla coltivazione di ortaggi, verdure e legumi.
È un laboratorio permanente, con gli obiettivi a lungo termine di migliorare la fertilità del terreno e autoprodursi cibi vegetali.

Sarà ubicato nel luogo più adatto (esposizione al sole, riparo dai venti, pendenza del terreno), con opportune aree interne di movimento, irrigazione e compostaggio.
È opportuno che l'area sia recintata per evitare l'ingresso di animali salvatici e munita di cancelletti per un ingresso agevole.


Le diverse aree nell'orto

Le aree destinate alla semina e coltivazione delle varie specie vegetali sono chiamate bancali, ovvero appezzamenti di pochi metri quadrati di terreno, appositamente studiati e mai calpestati.
Tra un bancale e l'altro ci sarà una zona di transizione (quindi calpestabile) su cui ci si muoverà.
Il bancale sarà leggermente sopraelevato da terra e ospiterà più colture in grado di supportarsi e aiutarsi tra loro. La semina potrà essere diretta (da seme) o via trapianto da vasetto (con piantine con già 3 o 4 foglie).

L'importante è considerare il terreno come in costante mutamento, auspicando e agevolando un continuo aumento della fertilità.


Il mio esperimento 

Nella piccola area adiacente alla casa in cui vivo ho trasformato in pochi mesi un piccolo terreno a prato in un orto.

Le fasi iniziali hanno previsto l'installazione della recinzione, con tondini e scarti di rete riciclata.
In seguito ho proceduto con la costruzione dei bancali. Avvalendomi di carta e materiale organico (letame di cavallo maturo e foglie/rami raccolti direttamente dal bosco) ho creato un primo strato, direttamente appoggiato all'erba.





Ho poi creato i viali di passaggio, scavando la terra e riversandola sui nuovi bancali. Ho tolto i sassi e frantumato le zolle, lasciando poi consolidare i nuovi substrati per qualche settimana. Ho fatto tutto nei mesi invernali, cercando di arrivare pronto per la semina del periodo primaverile.

L'ultimo step è stato la pacciamatura, ovvero la creazione di uno strato di erba secca sopra al bancale in grado di proteggere il terreno dall'erosione e dalle intemperie e mantenere l'umidità nella parte sottostante.


Dopo pochi mesi dalla semina si può notare la nascita delle prime colture (patate e pomodori) poi integrate dalla messa a dimora di bietole, zucchine, fagioli e cavoli.
Il bancale realizzato con il metodo della permacultura sinergica (ovvero coltura permanente) ha un rendimento maggiore rispetto all'orto con il metodo tradizionale, necessita di pochissima acqua d'irrigazione e resiste bene ai periodi estivi di siccità.
Il suolo sotto lo strato di pacciamatura è sempre umido e ricco di lombrichi. Inoltre la corretta consociazione dei vari elementi rafforza i rapporti tra le piante e stimola una forte e sana produzione vegetale.
In ultimo le colture alla fine del loro ciclo produttivo possono essere sostituite da nuove e vigorose, sempre nel rispetto delle distanze e della corretta consociazione.




Per ulteriori consigli o richieste di informazioni invito chiunque a scrivermi e sperimentare il metodo di cui ho scritto.
Anche con pochi metri quadrati a disposizione è possibile autoprodursi cibo e creare una piccola zona di benessere personale!

lunedì 27 novembre 2023

Il divieto di pubblicità della carne nei Paesi Bassi


I Paesi Bassi si affermano come capofila europeo nella rivoluzione contro l'abuso della carne.
Diverse città hanno infatti vietato la pubblicità della carne.

Utrecht è l'ultima città in Olanda ad approvare il divieto di fare pubblicità per la carne e i prodotti derivati: la misura potrebbe diventare nazionale.
In un’iniziativa che riflette la crescente preoccupazione per la salute e l’ambiente, Utrecht è diventata l’ultima città olandese a bandire la pubblicità dei prodotti a base di carne dai propri spazi pubblicitari. La decisione segue un divieto simile adottato l’anno scorso dalla città di Bloemendaal e la discussione in corso in altre aree, tra cui Zwolle, Haarlem, Amsterdam e la provincia di Noord-Holland.


La motivazione

La motivazione fornita dall’amministrazione comunale è duplice. Da una parte c’è l’impatto negativo che l’eccessivo consumo di carne ha sulla salute dei cittadini, dall’altro la necessità di contrastare il cambiamento climatico.

Utrecht ha già dimostrato il suo impegno sociale adottando divieti simili sulla pubblicità dei combustibili fossili per auto in passato. La città ha deciso di estendere la sua visione ecologica includendo la carne tra i prodotti vietati.

La decisione del comune si applica solo ai cartelloni pubblicitari di proprietà delle autorità locale, circa 850 spazi in tutto il territorio cittadino. Questa iniziativa, che riprende quelle di altre città dei Paesi Bassi, potrebbe essere il precursore di una tendenza più ampia verso politiche più restrittive nei confronti di prodotti non sostenibili.


La lotta dei Paesi Bassi alle emissioni degli allevamenti di carne

L’ordinanza si inquadra infatti in un contesto più ampio di cambiamenti nelle politiche europee riguardo all’agricoltura. Il ministro olandese dell’Agricoltura, della Natura e della Qualità del cibo Piet Adema ha recentemente dichiarato che l’Unione Europea non dovrebbe fornire sussidi per la produzione di carne, ma dovrebbe piuttosto concentrarsi su prodotti salutari e che non danneggiano l’ambiente.

Nonostante l’iniziale scetticismo degli allevatori, in realtà, non si sono levate particolari proteste dall’industria della carne. I Paesi Bassi mirano alla conversione della filiera verso prodotti plant based o verso la carne coltivata, da noi chiamata “carne sintetica” e bandita proprio sulla spinta di associazioni di categoria come Coldiretti. Si tratta di un business mondiale da 25 miliardi di dollari.


Sempre meno carne nei Paesi Bassi?

Mentre la Commissione Europea discute sull’allocazione futura dei sussidi all’agricoltura, la situazione olandese potrebbe anticipare un cambio di paradigma nel modo in cui la carne è promossa e consumata in tutta Europa.

La recente diminuzione delle vendite di prodotti a base di carne nei Paesi Bassi, insieme all’incremento del mercato plant based suggerisce che la coscienza ambientale e le preferenze dei consumatori stanno influenzando le abitudini alimentari in modo significativo. Resta da vedere se altri Paesi comunitari seguiranno l’esempio olandese, con la trasformazione dei divieti della carne in una tendenza dell’intero continente.

Il tempo per fermare il cambiamento climatico sta finendo e i numeri sull’utilizzo delle risorse e del suolo per gli allevamenti sono ormai noti a tutti. Una dieta vegana o che preveda meno prodotti di origine alimentare può rappresentare un punto di partenza per limitare l’impatto dell’uomo sul Pianeta, ma un cambio di abitudini prevede anche il supporto alla transizione di piccole e grandi realtà, per evitare la perdita di milioni di posti di lavoro.


Fonte

https://quifinanza.it/economia/carne-bandita-pubblicita-stop-olanda-utrecht/767504/amp/

sabato 25 novembre 2023

Le sette sfide della sostenibilità del cibo, by Sharon Cittone

Sharon Cittone è tra le ospiti eccellenti del Women Economic Forum.
Gli argomenti trattati sono stati relativi a carne coltivata, grani antichi e nuove tecnologie.
Cittone propone 7 grandi sfide del futuro del cibo per un mondo più sostenibile, facendo la premessa che pochi consumatori sono consapevoli che il settore agroalimentari incide per circa un terzo sul cambiamento climatico.


1. La carne coltivata


«La questione più importante per un pianeta con una popolazione in crescita e una richiesta di carne in aumento è quella delle proteine complementari e alternative. E la carne coltivata è una soluzione che solo una politica miope può non vedere», spiega Cittone. 

Va ricordato che la carne sintetica e costituita da proteine sintetiche «lavorate in laboratorio senza aggiunta di antibiotici, quindi il meglio che si possa desiderare».


2. Meno allevamenti intensivi


È la concorrenza degli allevamenti intensivi che va combattuta. Quelli a cui sono destinati i foraggi prodotti sul 60% delle terre coltivabili nel mondo. Tanto è il consumo di suolo destinato a nutrire gli animali allevati in batteria. «Considerate che cosa state mangiando: cercate le immagini di un pollo di 50 anni fa e confrontatelo con il pollo com’è oggi. Scoprirete di nutrirvi con dei polli Schwarzenegger, con enormi pettorali, che del pollo hanno pochissimo.


3. Le eccellenze italiane

La carne coltivata non fa concorrenza alle eccellenze. «Anzi, l’allevatore di razza Chianina o la carne prodotta in malga saranno meglio tutelati, proprio in quanto eccellenze italiane. È giusto spendere di più per mangiare meno carne, se è buona e sana».

Ma gli investimenti sui prodotti italiani devono essere coerenti, rispondere a una visione d’insieme. «Non è possibile pagare un ananas un quarto di una mela trentina: il consumatore può darsi torni a casa contento ma il sistema che gli ha proposto questa scelta è sbagliato».


4. L’agricoltura rigenerativa

«Significa, in parte, tornare alla saggezza dei nostri nonni. In parte, innovare. Il futuro del cibo è nell’agricoltura biologica ma anche rigenerativa: quella che punta a salvaguardare il microbioma, rigenerando il suolo. Solo in questo modo torneremo ad avere arance che sanno di arance, e mele di mele, con le proprietà nutrizionali che oggi presumiamo abbiano ma non hanno più», spiega Cittone.

Bando, dunque, allo sfruttamento intensivo del suolo e alle monoculture destinate agli allevamenti. Un’agricoltura buona e rigenerativa è quella che aumenta la biodiversità delle specie vegetali e di quelle microbiche, che integra gli animali e le piante nell’azienda agricola e che consente anche alla terra di riposare.


5. La biodiversità

Nel corso della storia umana, su circa 30.000 specie di piante commestibili, “solo” 6/7mila sono state coltivate a scopo alimentare. E di queste “solo” 170 su scala commercialmente significativa. Ma oggi dipendiamo fortemente solo da una trentina di queste colture. E più del 40% delle nostre calorie giornaliere provengono da solo tre di quelle 30mila: riso, grano e mais. Il fatto che migliaia di colture siano state trascurate o sottoutilizzate non è solo un peccato per tutti i sapori e i nutrienti che ci stiamo perdendo, ma anche per l’agricoltura stessa. Se sono state “trascurate” è magari perché hanno rese basse o semplicemente non sono stati ben studiate e non sono mai entrati nel mercato globale. Sostenute dalle politiche e dai finanziamenti giusti, potrebbero rinascere.

«L’Italia è, in questo senso, un caso scuola: ha una biodiversità unica. Dai grani antichi alle mele: la varietà di alimenti a disposizione per creare una dieta sana e ricca è enorme», spiega Cittone. Prendiamo i legumi: Slow Food ne ha inclusi 300 a bordo della sua Arca del Gusto, di cui 124 in Italia, e ben 48 legumi in Italia sono Presìdi Slow Food. Oppure le olive: In Italia ci sono oltre 538 varietà di alberi di olivo, che producono olive da olio.


6. La filiera

Tra le sfide del futuro del cibo c’è anche una nuova attenzione alla filiera. «Significa chiedersi e pretendere di sapere da dove viene il cibo che si porta in tavola. Sia la carne coltivata, la bistecca di Chianina, l’ananas o il piatto di pasta. Quando sull’etichetta leggete un’ingrediente che fate fatica a pronunciare, non comprate quel prodotto. Stop», dice Cittone.


7. Lo spreco alimentare

«Lo spreco alimentare lungo tutta la filiera è un altro tema importante, con un impatto esorbitante sul portafoglio e sulla salute», conclude Cittone. «Ma un tema decisivo è anche l’impatto degli imballaggi. Compresi i cosiddetti sacchettini biodegradabili, che biodegrabili non sono affatto. Ogni nostra scelta è decisiva: proviamo allora a pesare la nostra zucchina senza sacchetto e a mettere l’etichetta su quella. Cambiare le cose dal basso è possibile».


Qualcosa in più su Sharon Cittone


Indicata da Forbes tra le donne più potenti al mondo che plasmeranno il futuro del cibo, Ciccone ha lavorato nella comunicazione, per poi decidere - in tempi in cui questi argomenti erano ancora senza voce - di approfondire i temi della sostenibilità e dell’innovazione nell’agroalimentare. 
È impegnata nell’empowerment femminile, è parte - tra le altre cariche - dell’advisory board del World Food Programme Italia, e del Global Chair for Food Innovation del G100, una rete internazionale di più di cinquanta donne leader. «I miei interessi - dice - sono questi: il cibo, la sostenibilità, e le donne.


Fonti

https://www.iodonna.it/benessere/diete-alimentazione/2023/11/20/carne-coltivata-grani-antichi-nuove-tecnologie-il-futuro-del-cibo-secondo-sharon-cittone/

https://www.vanityfair.it/article/sharon-cittone-summit-umbria-edible-planet-16-19-settembre-sostenibilita-sistema-cibo

venerdì 7 ottobre 2022

L'orto, o meglio il giardino: luogo di nutrimento, fisico e mentale

L'orto: un giardino fonte di armonia e nutrimento (soprattutto per la mente)


L'orto, o meglio il giardino, è uno spazio dinamico, in continua evoluzione. E' un ambiente di colori, odori, sapori, in cui più specie vegetali convivono, regalandoci cibo per vivere.
E' un ambiente di lavoro, ma anche di divertimento, sogno, pace interiore.
Essendo così importante e mistico, va trattato con le dovute accortezze: se troppo stressato rischierà di perdere energia, se poco sfruttato potrà diventare popolato de erbe non volute.


La progettazione del giardino

Il giardino, prima di prendere forma, va pensato: le zone di camminamento verranno pressate dai nostri piedi e tenderanno ad essere poco adatte alle coltivazioni; andrà pensato anche come irrigare e in che modo, e come realizzare i "bancali" e quanto farli grandi.
Dopo un'attenta supervisione si potrà partire con la realizzazione delle zone che non verranno più calpestate e in cui verranno innestate le piante, appunto i bancali.
Intorno all'orto buon consiglio è mettere a dimora piante officinali (salvia, rosmarino, lavanda), in grado di proteggere da insetti e roditori poco voluti. Nell'orto stesso si possono mettere alcune varietà utili ad attirare insetti amici e facilitare l'impollinazione.
In questa guida vi spiego come creare un orto da zero su terreno incolto, senza mezzi agricoli: https://burgibill.blogspot.com/2017/03/orto-permaculturale-da-zero-senza-zappa.html?m=0.


Un laboratorio di sinergia

La consociazione delle piante è fondamentale. Nell'orto "sinergico", in cui più varietà si aiutano e migliorano la qualità del suolo, il giardino diventa a lungo termine, idealmente perenne. On line esistono molte tabelle sulle consociazioni favorevoli.
Altro aspetto importante è il benessere delle piante. Se esse avranno spazio, terreno e acqua adatti godranno generalmente di buona salute. Un aiuto ulteriore è dato dai macerati, vale a dire miscele di acqua e piante particolari lasciate a macerare in essa (con quantità e tempistiche variabili). Ortica e equiseto so le specie più adatte a creare il proprio macerato, ma non sono le uniche. Anche per questo argomento il web è pieno di informazioni.
Ultimo aspetto da considerare, ma non per importanza, è la copertura del suolo. In natura il terreno non è mai esposto direttamente agli agenti atmosferici: rischierebbe l'erosione e la perdita di fertilità. Anche il nostro giardino non potrà avere il terreno "nudo"; il rimedio è la pacciamatura, ovvero l'utilizzo di paglia o fieno a terra (attorno alle nostre piantine). In questo modo pioggia, sole e gelo non intaccheranno il suolo, la cui struttura potrà migliorare grazie all'umidità che si genererà sotto la pacciamatura.



I semi: la vita parte da loro

E poi ci ci sono i semi, ovvero le madri delle nostre piante. Queste vivono per "andare in semenza", per generare figli e permettere la continuazione della specie e della vita. E' buona prassi convivere con le nostri piante in semenza; ed è fondamentale raccogliere i semi, custodirli e utilizzarli creando le proprie varietà e la propria banca del seme.
I semi vanno conservati in ambiente asciutto e lontano da sbalzi di luce e temperatura. Dovranno essere asciutti e ben secchi al momento dell'archiviazione. Il loro uso potrà poi essere direttamente a terra o in vaso. 


La semina: un momento magico

Per la semina è di fondamentale importanza la luna: alcune specie vanno seminate con luna crescente (quelle di cui si mangia il frutto), altre con luna calante (quelle di cui si mangiano le foglie). 
I periodi si semina sono tipicamente la primavera; tuttavia numerose specie tardive o autunnali vogliono la semina a fine estate.
E' consigliabile creare una piccola zona serra per le piantine in vaso, in una zona riparata e al sicuro da inconvenienti.


lunedì 22 marzo 2021

L'utopia a favore dell'immigrazione: il modello Riace di Domenico Lucano


Il "modello Riace" nacque quasi per caso nel 1998, quando una barca di profughi curdi raggiunse le coste di Riace. In risposta all'evento, Domenico Lucano (allora professore), decise di impegnarsi per l'integrazione dei migranti nel paese. Nel 2004 divenne sindaco, per poi vincere le elezioni per altri due mandati.


Il modello Riace

Il suo modello di accoglienza, il cosiddetto 'modello Riace', si basa sul rovesciamento di prospettiva tra stato e immigrato: l'adesione al sistema SPRAR viene cisto come un mezzo per ottenere fondi regionali o mutui per la ristrutturazione delle case dismesse. Inoltre, attraverso le associazioni viene data accoglienza e ospitalità ai rifugiati e ai richiedenti asilo, i quali potranno lavorare nel comune attraverso laboratori artigiani di tessitura, lavorazione del vetro, confettura. 
Altre misura intrapresa in attesa dell'erogazione in ritardo dei fondi risulta la creazione della moneta locale: l'euro di Riace, vale a dire una sorta di bonus di spesa utilizzabile anche dai turisti. 
Nel 2017, il modello coinvolgeva 550 migranti ospitati a Riace; in tutto dalla cittadina si stima siano passati 6000 migranti.
Ai bambini fu data la possibilità di frequentare sia la scuola che l’asilo, quest’ultimo finanziato dalla Regione Calabria (nel 2017 ospitava 30 minori, tutti di diversa nazionalità, dando lavoro a 14 operatori). 
Le scuole (primaria, elementare e media) furono attive e multietniche allo stesso modo, così come anche il doposcuola. Sempre nel 2017 fu inaugurata una fattoria didattica dove la gente del luogo lavorava insieme ai migranti allevando animali e coltivando prodotti della terra con metodi equi e sostenibili. Numerosi furono anche gli immigrati impiegati nei bar e nelle panetterie della zona , oltre che nel sistema di raccolta differenziata “porta a porta”.


Elogi al modello e riconoscimenti a Lucano

Il modello ha contrastato lo spopolamento recuperando le case abbandonate e ha salvato i vecchi mestieri e le attività artigianali tramandadoli ai nuovi arrivati.
Il modello è stato studiato e adottato come esempio nell'ambito della crisi dei rifugiati in Europa".
Nel 2016 Lucano viene inserito tra i 50 più importanti leader del mondo (al 40º posto) dalla rivista Fortune. 


L'anno successivo, nel 2017 il sindaco riceve il premio per la Pace Dresda 2017 che assegna l'omonima città tedesca e il Los Angeles Times redigerà un intero articolo sul paese.
Commentando l'inserimento del suo nome nella classifica, Lucano aveva detto: "Siamo 'il paese dell'accoglienza' e questo è arrivato in ogni parte del mondo. Dobbiamo essere orgogliosi".


La fine del modello Riace e l'arresto di Lucano

Il “modello” è stato travolto dall’inchiesta della procura di Locri, denominata “Xenia” e il primo cittadino Lucano è finito agli arresti domiciliari.
L’accusa rivolta a Lucano è di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e affidamento fraudolento diretto del servizio di raccolta dei rifiuti a due cooperative della zona. Per la compagna di Lucano, Tesfahun Lemlem, (indagata per concorso nel reato di immigrazione clandestina) è stato disposto invece il divieto di dimora.
L’indagine contro Lucano e altre 31 persone per presunte irregolarità nella gestione del sistema di accoglienza a Riace era cominciata un anno e mezzo fa e nell’ottobre del 2017 al sindaco calabrese era stato recapitato un avviso di garanzia per truffa aggravata, concussione e abuso d’ufficio. 
Secondo la nota diffusa dalla procura il 2 ottobre, Lucano avrebbe organizzato un matrimonio “di comodo” tra un’immigrata nigeriana e un cittadino italiano. Alla base di questa accusa c’è un’intercettazione telefonica in cui Lucano parla della possibilità che una donna, a cui è stato negato l’asilo tre volte, sia regolarizzata attraverso il matrimonio con un abitante di Riace. 

sabato 24 agosto 2013

Le valute locali e lo SCEC

Le valute locali sono strumenti di scambio, utilizzati su base volontaria, con cui è possibile scambiare beni e servizi. 
Le valute locali sono pensate per facilitare le transazioni e non per il risparmio o l'investimento. 
Dagli anni '90 il mondo sta vivendo lo sviluppo, a livello mondiale, di migliaia di differenti monete locali. Tra mezzi di scambio dominati da monete nazionali e sovra-nazionali stanno moltiplicandosi le monete progettate per usi locali e regionali.
La valuta locale può essere utilizzata in modo alternativo o complementare alla moneta ufficiale, avente corso forzoso per legge. Ogni valuta ha un rapporto di cambio con la moneta ufficiale, solitamente la parità.
In genere, la moneta locale è caratterizzata da un'emissione centralizzata a valore indotto, a debito zero: la quantità di moneta locale emessa è divisa in parti uguali fra gli appartenenti alla comunità che ne riconoscono il valore.


Lo SCEC


Il 5 aprile 2008 sul Vesuvio nasce l'associazione Arcipelago Scec, che riunisce sotto un'unica regia tutti gli esperimenti di Buoni Locali italiani: Ecoroma (Roma), Scec (Napoli), Kro (Calabria), Thyrus (Terni) e Tau (Toscana). 
I Buoni locali SCEC non sono una valuta complementare. Si tratta di buoni per ottenere una riduzione di prezzo che gli associati decidono di farsi reciprocamente attraverso un atto volontario, da cui ci si può svincolare in qualsiasi momento. La percentuale di accettazione del buono di Solidarietà viene lasciata alla libera scelta dell'associato che offre prodotti o servizi; un'accettazione che va solitamente dal 10 al 30%. Pur essendo mutuato dalla pratica della GDO lo SCEC, la Solidarietà ChE Cammina, viene messo a disposizione della comunità e usato esclusivamente insieme agli euro e ha l'obiettivo di ancorare al territorio la ricchezza e farla reinvestire nel circuito, favorendo le produzioni locali. Il coordinamento nazionale, formato dai rappresentanti regionali votati dai soci attivisti, si è dato un regolamento di distribuzione che garantisce equità, trasparenza, equilibrio nella emissione regionale /nazionale di SCEC. Arcipelago lavora anche alla ricostruzione delle comunità sociali attraverso la Solidarietà reciproca e il mutuo aiuto riscoprendo i valori delle nostre radici contadine. Dal luglio 2010 l'Agenzia dell'entrate ha risposto positivamente all'interpello promosso da Arcipelago e ha sancito la legittimità fiscale dello SCEC.

domenica 17 marzo 2013

Esempi di "sviluppo alternativo" (II parte): l'autonomia sociale (self-reliance) e la Tanzania di Nyerere



La politica dell'autonomia sociale (detta anche self-reliance) si contrappone alla politica dominante del dopo guerra, sia nell'occidente che a livello globale; quest'ultima si basa sull'accentramento, sulla forte dipendenza del mercato (o meglio Mercato) internazionale (in tutti i settori) e su un sistema prettamente capitalistico che ricerca la ricchezza e il benessere prima individuale e poi collettivo.
La self-reliance si propone come modello di "sviluppo alternativo" attorno agli anni '60, a seguito del non miglioramento (al contrario di quanto auspicato) della situazione della maggior parte dei paesi del Sud, e con sullo sfondo la questione irrisolta e apparentemente irrisolvibile del "sottosviluppo".
La self-reliance cerca di dare risposte alternative sulla via da seguire; essa esce (o cerca di farlo) dagli schemi del Mercato del dopoguerra, ponendosi come un esperimento, una provocazione, un'utopia, o semplicemente un modo diverso di voler vivere la società e l'economia.


I cardini della self-reliance

L'autonomia sociale, detta anche self-reliance, mira a ridefinire le priorità economiche al fine di produrre i beni utili all'insieme della popolazione piuttosto che di contare sul commercio internazionale per importare beni di consumo (o armamenti) che profittano solo a una minoranza.
Il controllo democratico della produzione costituisce una condizione fondamentale della self-reliance.
La self-reliance si basa sull'utilizzazione prioritaria dei fattori di produzione disponibili localmente, invece di considerare il commercio internazionale come un sostituto della ricerca.
La self-reliance stimola la creatività e la fiducia nei propri valori.
La self-reliance armonizza il modo di vita con l'ambiente e con i fattori locali esistenti, il che comporta ripercussioni ecologiche e culturali positive.
La self-reliance comporta una diversità di "sviluppo" e rifiuta l'imitazione di modelli importati.
La self-reliance diminuisce l'alienazione generata dall'assenza di controllo del processo economico e favorisce la solidarietà orizzontale.
La self-reliance permette di raggiungere un miglior equilibrio ecologico: essa impedisce che un gruppo saccheggi o esaurisca le risorse di un altro, o che i rifiuti inquinati siano esportati fuori dal luogo in cui sono prodotti.
La self-reliance obbliga a reinventare invece d'imitare quel che si fa altrove; essa alimenta
un processo di apprendistato permanente.
La self-reliance favorisce la solidarietà con coloro che si trovano allo stesso livello, all'interno di uno stesso paese o sul piano internazionale; essa permette di riorientare i flussi commerciali evitando di passare per i centri (compresi quelli situati all'interno del paese).
La self-reliance permette di resistere alla dipendenza prodotta dal commercio internazionale e dalle fluttuazioni dei prezzi; per questo, essa si sforza di giungere all'autosufficienza per quel che riguarda le risorse strategiche e in particolare i prodotti alimentari. 
La self-reliance accresce la capacità di difesa di un paese permettendogli di resistere alle pressioni esterne e, decentralizzando l'economia, rende più difficile un'aggressione militare che cercasse di colpire un centro.
La self-reliance mette fine alla dicotomia centro-periferia: la periferia si trasforma in una moltitudine di "centri" che non dipendono da nessuno.


Gli effetti collaterali della self-reliance

La self-reliance riduce le ineguaglianze derivanti dalla scambio ma non può nulla contro le ineguaglianze legate alla dotazione di fattori di produzione, pochè alcuni paesi dispongono di risorse che non esistono altrove. Essa dovrebbe dunque essere accompagnata da meccanismi di redistribuzione globale.
La self-reliance può rafforzare lo sfruttamento a livello locale o regionale se il sistema democratico non funziona correttamente e riservare a una minoranza il controllo dell'economia.
La self-reliance rischa di accentuare la divisione del mondo tra un centro "sviluppato" e una periferia "sottosviluppata". Se la self-reliance implica all'inizio un distacco dal mercato internazionale, essa deve tendere a nuove forme di associazione su base egualitaria.
Le self-reliance rischia di ridurre la mobilità tra le varie unità. Non si tratta di legare le persone alla terra in cui sono nate, ma di favorire gli scambi tra coloro che occupano posizioni simili in luoghi diversi.
La self-reliance rischia di creare una frattura tra quanti possono praticarla e quanti non possono. Ma, da una parte, all'interno dei grandi paesi (commercialmente indipendenti) conviene praticare forme di self-reliance regionali e locali e, dall'altra, i piccoli paesi possono associarsi ai loro vicini per praticare una self-reliance regionale.


Esempi di self-reliance

Primo esempio paragonabile alla self-reliance è stato quello dell'India di Ghandi, con un modello simile come concetti e principi, ma non classificabile come self-reliance (poichè movimento non puramente politico e maggiormente orientato alle questioni della rivolta non-violenta, della moralità, dell'etica, della spiritualità; vedi post http://burgibill.blogspot.it/2013/03/esempi-di-sviluppo-alternativo-i-parte.html).
L'esempio più significativo di self-reliance è stato in Tanzania attorno agli anni '60, con la salita a presidente di Julius K. Nyerere.
Non vanno confusi con la politica di self-reliance i modelli di Cuba e della Giunea-Conakry. Questi non auspicavano un vero e proprio "sviluppo autocentrato" e sopravvivevano largamente sull'appoggio dell'Unione sovietica.


L'esperienza tanzanica di Jilius K. Nyerere


La Tanganica, a seguito dell'unione con Zanzibar e Pemba, divenne Tanzania nel 1964.
Essa si trovò, attorno a quegli anni e negli immediati successivi, a dover affrontare molteplici problemi, sia sul piano interno che su quello esterno. 
Paese principalmente agricolo, la Tanzania traeva l'essenziale dei suoi redditi dall'esportazione di materie prime e in minor misura di minerali. Sul piano esterno, a causa dei conflitti con la Rhodesia del Sud, con il Mozanbico e con il Sud Africa, in cui si trovava coinvolta, la Tanzania era molto dipendente dal finanziamento estero, il 78 per cento del quale proveniva dalla Gran Bretagna. A questo si aggiungeva la caduta del prezzo della sisal,  la diminuzione dell'occupazione e una crescita demografica importante.
A seguito dei conflitti diplomatici con le due Germanie e con la Gran Bretagna, la Tanzania si trovò in forte difficoltà economica, nonostante l'aiuto dei paesi nordici, quali Paesi Bassi e Canada, e in seguito della Cina.
Così, nel 1967, il presidente Nyerere varò la Dichiarazione di Arusha, che sanciva la nuove linee programmatiche da seguire (Ujamaa); queste erano: la tutela dei diritti di tutti i cittadini e dalla dignità individuale, il socialismo come modello da seguire, la lotta alla povertà, la diminuzione della dipendenza dagli aiuti esteri, la destinazione delle risorse finanziari verso i contadini piuttosto che verso l'industria, l'obbiettivo dell'autosufficienza alimentare e la spinta rivolta al popolo sulla dedizione verso il lavoro (soprattutto delle campagne).
Il modello tanzaniano su propone come una sorta di "socialismo umanista", che rifiuta l'individualismo occidentale e vuole porre gli uomini e il loro lavoro prima del denaro (punta allo sviluppo dell'uomo e non del mercato). Auspica una trasformazione "psico-politica", promuove la fiducia su se stessi e si considera come un modello a sè, simile ma allo stesso tempo diverso dagli altri.
Nyerere, per l'attuazione del nuovo piano di sviluppo, sollecitò il "raggruppamento decentrato" dei tanzaniani nei villaggi in campagna. Questi aumentarono di numero, passando dai venti del 1967 ai 7684 del 1977, che contenevano in tutto tredici milioni di persone.
Il tutto tra miglioramenti della sanità, dell'istruzione e della egualizzazione delle condizionima con l'affacciarsi di nuovi problemi e nuove nubi.
La scelta dall'alto di creare un uomo nuovo e una nuova società non fu sostenuta da tutti, e le resistenze furono contrastate in alcuni casi con la forza; in più la produzione agricola non decollò e fu evidente la mancanza di entusiasmo nelle campagne.
Il risultato fu che dopo dieci anni la Tanzania non era nè autosufficiente nè socialista. 
Il modello di Nyerere si scontrò con la siccità, con la voglia di arricchimento personale dei dirigenti, con lo scontro tra tradizione e modernizzazione, vale a dire con l'introduzione forzata di nuove colture legate ai concimi chimici e ai pesticidi in un intervallo di tempo troppo ristretto.
Nel 1977 i professionisti dello sviluppo, a fronte dei problemi della nuova Tanzania, tornarono a voler sostenere generosamente la Tanzania. Il nuovo dono segnò la fine della Ujamaa e consegnò il paese africano nelle mani della dominazione mediante il dono.

venerdì 15 marzo 2013

Esempi di "sviluppo alternativo" (I parte): l'India di Gandhi



Parlando di esempi della storia di società di "sviluppo alternativo" (vale a dire di società con un approcio diverso ai temi economici, sociali e ambientali, differenti da quella attuale basata e dipendente dal Mercato), l'India di Ghandi merita un citazione d'onore.

Nello scenario della lotta per l'indipendenza indiana della prima metà del 1900, la figura di Mohandas Karamchand Gandhi, detto il Mahatma, si impone e diventa il simbolo e il principale protagonista della lotta non violenta (satyagraha) per la rivendicazione dei diritti, della giustizia e dell'amore verso il prossimo. 
Il cammino, in cui Gandhi verrà sostenuto col passare del tempo da una percentuale sempre maggiore di popolazione indiana, porterà, dopo repressioni, arresti, omicidi, persino stermini di massa, l'India all'indipendenza e alla sua emancipazione dal dominio coloniale inglese.

Già dagli anni '20 Gandhi allarga il suo principio di nonviolenza e punta sull'autonomia e all'autosufficienza economica del paese, attraverso l'utilizzo dei beni locali, vedendola 
come una parte del più ampio obiettivo della Swaraj. 
"Swadeshi" significava "autosufficienza" dell'India dall'economia inglese, puntando sulla produzione interna alla nazione dei prodotti necessari alla popolazione
A questo proposito nell'agosto del 1931 Gandhi affermerà:
«Un paese rimane in povertà, materiale e spirituale, se non sviluppa il suo artigianato e le sue industrie e vive una vita da parassita importando manufatti dall'estero».
Un settore viene visto come essenziale, quello tessile:
«I tessuti che importiamo dall'Occidente hanno letteralmente ucciso milioni di nostri fratelli e sorelle».
Gandhi chiede a tutti gli indiani, sia poveri che ricchi (in un'ideale di uguaglianza), di vestire il khadi, vestito filato a mano con l'arcolaio a ruota (il charka) per boicottare le stoffe inglesi. Gandhi propone la produzione casalinga del khadi come soluzione alla povertà dovuta alla disoccupazione invernale dei contadini indiani: almeno un'ora al giorno ogni indiano avrebbe dovuto filare e tessere a mano. Inoltre questa attività permette di includere le donne nel movimento di indipendenza. Lo stesso Gandhi filava ogni giorno, perfino quando era all'estero, e andava in giro sempre avvolto in un dhoti (abito contadino) bianco, fatto in khadi, che diventerà l'uniforme del Partito del Congresso Indiano.

Gandhi ha posto la nonviolenza al centro della sua concezione del progresso umano: l'essere umano è sia animale sia spirito. 
Come animale l'essere umano basa il suo rapporto col mondo sulla trasformazione materiale dei corpi e dunque sull'uso della forza, sulla himsa; come spirito l'essere umano fonda le sue relazioni col mondo sulla comunicazione verbale e sulla persuasione razionale, dunque sulla ahimsa. 
Il progresso è l'umanizzazione dell'uomo, la graduale affermazione della sua identità specifica, del suo essere spirito
Il progresso è di conseguenza la graduale riduzione del tasso di violenza (himsa) presente nei rapporti umani e la graduale affermazione della verità e della ahimsa, cioè della nonviolenza, del bene, della giustizia, nella vita sociale e politica:
«Bisogna combattere la violenza. Il bene che pare derivarne è solo apparente; il male che ne deriva rimane per sempre.»

Il programma politico di Gandhi fu rivolto essenzialmente all'indipendenza nazionale dell'India con un'ispirazione democratica e socialista. 
Questi elementi non erano innovativi dato che derivavano dalla tradizione politica europea (nazionalismo democratico di Mazzini, socialismo libertario di Morris ecc.). 
La sua innovazione riguardò invece la teoria della rivoluzione, che nell'Europa moderna si era formata con il contributo di quasi tutte le correnti del pensiero politico: quella liberale (Locke, Jefferson e i padri della Rivoluzione americana, Sieyes e i teorici liberali della Rivoluzione francese), quella democratica (Rousseau, Robespierre, Saint-Just e altri teorici giacobini; Mazzini) e quella socialista, anarchica e comunista (Babeuf, Bakunin, Marx, Lenin, ecc.). 
Nel 1916 Gandhi disse in un discorso:
«Io stesso sono un anarchico, ma di un tipo diverso.»
Gandhi non si dilungò molto sulla struttura che avrebbe dovuto avere la società indiana secondo il suo pensiero filosofico, ma era ispirato dalla visione di una futura società indiana di stampo che potremmo definire socialista, basata sull'agricoltura e sull'artigianato tradizionali. 
Gandhi non era anti-capitalista:
«Il capitale non è malvagio in sé; è il suo uso sbagliato che è malvagio. Il capitale, in una forma o un'altra, sarà sempre necessario.»
Una società armonica e che tiene alla sua sopravvivenza deve rifuggire dalle sette cose che possono distruggerla: "Ricchezza senza lavoro - Piacere senza coscienza - Conoscenza senza carattere - Commercio senza moralità - Scienza senza umanità - Religione senza sacrificio - Politica senza principi''"
Ma pensava che il popolo indiano dovesse vivere condividendo le risorse della terra, senza utilizzare il moderno apparato industriale, organizzato in una serie di villaggi autogovernati in cui l'ordine era retto da brigate non violente e che commerciavano tra loro per ottenere i beni necessari per la sussistenza.
Gandhi era contro l'educazione convenzionale: credeva che i bambini apprendessero meglio dai genitori e dalla società piuttosto che dalle scuole. In Sudafrica, insieme a degli anziani, formò un gruppo di insegnanti.

sabato 9 marzo 2013

Oltre il PIL (III parte): la Felicità Interna Lorda (FIL)



La felicità interna lorda o FIL (in lingua inglese gross national happiness - GNH) è il tentativo di definire uno standard di vita sulla falsariga del prodotto interno lordo (PIL).
Un esempio fondamentale dell'utilità a conoscere il proprio FIL è dato dal Bhutan, piccolo stato montuoso dell'Asia. Questo stato già da 4 anni adotta come indicatore per calcolare il benessere della popolazione il FIL. 
I criteri presi in considerazione sono la qualità dell'aria, la salute dei cittadini, l'istruzione, la ricchezza dei rapporti sociali. 
Secondo alcuni dati questo paese è uno dei più poveri dell'Asia, con un PIL pro capite di 2088 dollari (2010). Tuttavia, secondo un sondaggio, è anche la nazione più felice del continente e l'ottava del mondo. 
Gli ideatori di questo indice non mirano ad una “retrocessione”, cioè non vogliono passare per anti-tecnologici o anti-materialisti, ma il loro programma punta a migliorare l'istruzione, la protezione dell'ecosistema e a permettere lo sviluppo delle comunità locali. 
È dunque per questo che ogni stato deve sì prendere in considerazione il suo PIL, ma deve anche mirare al benessere dei cittadini, quindi deve attuare, se non in modo cosi prevalente, l'indicatore di felicità interna lorda; perché, come abbiamo visto, sul campo del benessere dei cittadini, anche un piccolo paese può essere uno dei migliori del mondo.