domenica 17 marzo 2013

Esempi di "sviluppo alternativo" (II parte): l'autonomia sociale (self-reliance) e la Tanzania di Nyerere



La politica dell'autonomia sociale (detta anche self-reliance) si contrappone alla politica dominante del dopo guerra, sia nell'occidente che a livello globale; quest'ultima si basa sull'accentramento, sulla forte dipendenza del mercato (o meglio Mercato) internazionale (in tutti i settori) e su un sistema prettamente capitalistico che ricerca la ricchezza e il benessere prima individuale e poi collettivo.
La self-reliance si propone come modello di "sviluppo alternativo" attorno agli anni '60, a seguito del non miglioramento (al contrario di quanto auspicato) della situazione della maggior parte dei paesi del Sud, e con sullo sfondo la questione irrisolta e apparentemente irrisolvibile del "sottosviluppo".
La self-reliance cerca di dare risposte alternative sulla via da seguire; essa esce (o cerca di farlo) dagli schemi del Mercato del dopoguerra, ponendosi come un esperimento, una provocazione, un'utopia, o semplicemente un modo diverso di voler vivere la società e l'economia.


I cardini della self-reliance

L'autonomia sociale, detta anche self-reliance, mira a ridefinire le priorità economiche al fine di produrre i beni utili all'insieme della popolazione piuttosto che di contare sul commercio internazionale per importare beni di consumo (o armamenti) che profittano solo a una minoranza.
Il controllo democratico della produzione costituisce una condizione fondamentale della self-reliance.
La self-reliance si basa sull'utilizzazione prioritaria dei fattori di produzione disponibili localmente, invece di considerare il commercio internazionale come un sostituto della ricerca.
La self-reliance stimola la creatività e la fiducia nei propri valori.
La self-reliance armonizza il modo di vita con l'ambiente e con i fattori locali esistenti, il che comporta ripercussioni ecologiche e culturali positive.
La self-reliance comporta una diversità di "sviluppo" e rifiuta l'imitazione di modelli importati.
La self-reliance diminuisce l'alienazione generata dall'assenza di controllo del processo economico e favorisce la solidarietà orizzontale.
La self-reliance permette di raggiungere un miglior equilibrio ecologico: essa impedisce che un gruppo saccheggi o esaurisca le risorse di un altro, o che i rifiuti inquinati siano esportati fuori dal luogo in cui sono prodotti.
La self-reliance obbliga a reinventare invece d'imitare quel che si fa altrove; essa alimenta
un processo di apprendistato permanente.
La self-reliance favorisce la solidarietà con coloro che si trovano allo stesso livello, all'interno di uno stesso paese o sul piano internazionale; essa permette di riorientare i flussi commerciali evitando di passare per i centri (compresi quelli situati all'interno del paese).
La self-reliance permette di resistere alla dipendenza prodotta dal commercio internazionale e dalle fluttuazioni dei prezzi; per questo, essa si sforza di giungere all'autosufficienza per quel che riguarda le risorse strategiche e in particolare i prodotti alimentari. 
La self-reliance accresce la capacità di difesa di un paese permettendogli di resistere alle pressioni esterne e, decentralizzando l'economia, rende più difficile un'aggressione militare che cercasse di colpire un centro.
La self-reliance mette fine alla dicotomia centro-periferia: la periferia si trasforma in una moltitudine di "centri" che non dipendono da nessuno.


Gli effetti collaterali della self-reliance

La self-reliance riduce le ineguaglianze derivanti dalla scambio ma non può nulla contro le ineguaglianze legate alla dotazione di fattori di produzione, pochè alcuni paesi dispongono di risorse che non esistono altrove. Essa dovrebbe dunque essere accompagnata da meccanismi di redistribuzione globale.
La self-reliance può rafforzare lo sfruttamento a livello locale o regionale se il sistema democratico non funziona correttamente e riservare a una minoranza il controllo dell'economia.
La self-reliance rischa di accentuare la divisione del mondo tra un centro "sviluppato" e una periferia "sottosviluppata". Se la self-reliance implica all'inizio un distacco dal mercato internazionale, essa deve tendere a nuove forme di associazione su base egualitaria.
Le self-reliance rischia di ridurre la mobilità tra le varie unità. Non si tratta di legare le persone alla terra in cui sono nate, ma di favorire gli scambi tra coloro che occupano posizioni simili in luoghi diversi.
La self-reliance rischia di creare una frattura tra quanti possono praticarla e quanti non possono. Ma, da una parte, all'interno dei grandi paesi (commercialmente indipendenti) conviene praticare forme di self-reliance regionali e locali e, dall'altra, i piccoli paesi possono associarsi ai loro vicini per praticare una self-reliance regionale.


Esempi di self-reliance

Primo esempio paragonabile alla self-reliance è stato quello dell'India di Ghandi, con un modello simile come concetti e principi, ma non classificabile come self-reliance (poichè movimento non puramente politico e maggiormente orientato alle questioni della rivolta non-violenta, della moralità, dell'etica, della spiritualità; vedi post http://burgibill.blogspot.it/2013/03/esempi-di-sviluppo-alternativo-i-parte.html).
L'esempio più significativo di self-reliance è stato in Tanzania attorno agli anni '60, con la salita a presidente di Julius K. Nyerere.
Non vanno confusi con la politica di self-reliance i modelli di Cuba e della Giunea-Conakry. Questi non auspicavano un vero e proprio "sviluppo autocentrato" e sopravvivevano largamente sull'appoggio dell'Unione sovietica.


L'esperienza tanzanica di Jilius K. Nyerere


La Tanganica, a seguito dell'unione con Zanzibar e Pemba, divenne Tanzania nel 1964.
Essa si trovò, attorno a quegli anni e negli immediati successivi, a dover affrontare molteplici problemi, sia sul piano interno che su quello esterno. 
Paese principalmente agricolo, la Tanzania traeva l'essenziale dei suoi redditi dall'esportazione di materie prime e in minor misura di minerali. Sul piano esterno, a causa dei conflitti con la Rhodesia del Sud, con il Mozanbico e con il Sud Africa, in cui si trovava coinvolta, la Tanzania era molto dipendente dal finanziamento estero, il 78 per cento del quale proveniva dalla Gran Bretagna. A questo si aggiungeva la caduta del prezzo della sisal,  la diminuzione dell'occupazione e una crescita demografica importante.
A seguito dei conflitti diplomatici con le due Germanie e con la Gran Bretagna, la Tanzania si trovò in forte difficoltà economica, nonostante l'aiuto dei paesi nordici, quali Paesi Bassi e Canada, e in seguito della Cina.
Così, nel 1967, il presidente Nyerere varò la Dichiarazione di Arusha, che sanciva la nuove linee programmatiche da seguire (Ujamaa); queste erano: la tutela dei diritti di tutti i cittadini e dalla dignità individuale, il socialismo come modello da seguire, la lotta alla povertà, la diminuzione della dipendenza dagli aiuti esteri, la destinazione delle risorse finanziari verso i contadini piuttosto che verso l'industria, l'obbiettivo dell'autosufficienza alimentare e la spinta rivolta al popolo sulla dedizione verso il lavoro (soprattutto delle campagne).
Il modello tanzaniano su propone come una sorta di "socialismo umanista", che rifiuta l'individualismo occidentale e vuole porre gli uomini e il loro lavoro prima del denaro (punta allo sviluppo dell'uomo e non del mercato). Auspica una trasformazione "psico-politica", promuove la fiducia su se stessi e si considera come un modello a sè, simile ma allo stesso tempo diverso dagli altri.
Nyerere, per l'attuazione del nuovo piano di sviluppo, sollecitò il "raggruppamento decentrato" dei tanzaniani nei villaggi in campagna. Questi aumentarono di numero, passando dai venti del 1967 ai 7684 del 1977, che contenevano in tutto tredici milioni di persone.
Il tutto tra miglioramenti della sanità, dell'istruzione e della egualizzazione delle condizionima con l'affacciarsi di nuovi problemi e nuove nubi.
La scelta dall'alto di creare un uomo nuovo e una nuova società non fu sostenuta da tutti, e le resistenze furono contrastate in alcuni casi con la forza; in più la produzione agricola non decollò e fu evidente la mancanza di entusiasmo nelle campagne.
Il risultato fu che dopo dieci anni la Tanzania non era nè autosufficiente nè socialista. 
Il modello di Nyerere si scontrò con la siccità, con la voglia di arricchimento personale dei dirigenti, con lo scontro tra tradizione e modernizzazione, vale a dire con l'introduzione forzata di nuove colture legate ai concimi chimici e ai pesticidi in un intervallo di tempo troppo ristretto.
Nel 1977 i professionisti dello sviluppo, a fronte dei problemi della nuova Tanzania, tornarono a voler sostenere generosamente la Tanzania. Il nuovo dono segnò la fine della Ujamaa e consegnò il paese africano nelle mani della dominazione mediante il dono.

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